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Le Cuzzupe calabresi di Pasqua

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Le Cuzzupe calabresi di Pasqua

10260478_10202117144585222_366439728_oLe Cuzzupe di Pasqua

In questo periodo la Calabria è rallegrata dal profumo delle Cuzzupe in preparazione per la domenica di Pasqua.

Le Cuzzupe sono dolci tipici calabresi preparati per la Pasqua. Sono dolci molto particolari e dai profondi significati. Simili al Tsoureki, il dolce pasquale della tradizione ortodossa preparato in Grecia, rimandano ai significati più profondi della Resurrezione. Esse sono decorate con le uova sode che vengono disposte sulla superficie a simboleggiare la vita dopo la Resurrezione.
La forma stessa delle cuzzupe calabresi rimanda a molteplici significati. Un tempo era usanza regalarle al promesso sposo a forma di cuore, come era comune mandare dei messaggi attraverso il numero delle uova inserite nella decorazione.
Le forme possono essere varie e spesso sono delle vere e proprie prove di abilità e fantasia. Tradizionalmente si preparano durante la Settimana Santa per essere gustate la domenica di Pasqua. Un tempo venivano preparate con lo strutto e per tale motivo era categoricamente vietato mangiarle il Venerdì Santo, poiché tale giorno era dedicato alla penitenza e all’astensione dalla carne e dei suoi derivati.
Come tutte le ricette della tradizione, anche le cuzzupe hanno piccole varianti che si tramandano da famiglia in famiglia.

Noi proponiamo una ricetta base

Ingredienti per le cuzzupe calabresi di Pasqua:
1 kg di farina 00, 4 uova, 330 g di zucchero, 125 g di burro a temperatura ambiente o 250 ml di olio, 1 bustina di vanillina,1 bustina di lievito per dolci, , 130 ml di latte tiepido, la buccia grattugiata di un limone.
Per spennellare e decorare:
3 tuorli, uova sode intere e a scelta codine di zucchero colorate.

Preparazione:
Disporre la farina su una spianatoia e formare la classica fontana.
Intiepidire il latte in un pentolino.
In un bicchierino sciogliere il lievito per dolci con un po’ di latte tiepido.
Versare al centro della fontana le 4 uova intere, lo zucchero, il burro a pezzetti, la buccia grattugiata del limone, la bustina di vanillina e il bicchiere di latte con il lievito per dolci. Il burro può essere sostituito dall’olio o dallo strutto.
Iniziare ad amalgamare gli ingredienti all’interno della fontana con una forchetta, incorporando pian piano anche la farina disposta ai lati.
Quando risulterà difficoltoso continuare ad amalgamare l’impasto con la forchetta, iniziare ad impastare con le mani.
Lavorare l’impasto fino ottenere un panetto morbido, omogeneo e non appiccicoso.
Una volta ottenuto il panetto, passare alla preparazione delle forme desiderate e inserire l’uovo sodo con il guscio. Spennellare con i tuorli sbattuti e se si vuole, ricoprire con le codine di zucchero colorato.
Adagiare sulla teglia da forno precedentemente imburrata e infarinata, infornare per 30 minuti a 200°.
La superficie  può essere decorata con la glassa di zucchero. In questo caso: montate a neve 2 albumi con qualche goccia di limone e 250 gr di zucchero e stendete sulla cuzzupa raffreddata. Fate indurire la glassa prima di servire il dolce.

Pesce spada gratinato con pomodori secchi

Pesce spada gratinato con pomodori secchi

pesce spada

Il pinocchio della Costa Viola, così viene definito il pesce spada in Calabria, è uno dei protagonisti della cucina tradizionale.
La pesca del pesce spada è ancora eseguita con tecniche antiche, considerate dei veri e propri monumenti culturali di folklore e di storia. Le imbarcazioni utilizzate sono chiamate “spatare” e sono dirette dal timoniere o “avvistatore” che in bilico su di un alto pennone avvisa il fiocinatore o “u lanzaturi” di prendere la mira e arpionare con “u ferru” il pesce spada appena avvistato.
Le prime testimonianze di questa antica tecnica di pesca sono raccontate da Archestrato di Gela, vissuto nel IV secolo a.C.. Il poeta narra che anticamente proprio dalle sponde reggine della Costa Viola partivano i pesce spada per Atene, pescati con le tecniche ancora oggi in uso ed introdotte dai fenici.
La sagra del pesce spada si tiene la seconda domenica di luglio a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria.
La ricetta che proponiamo è quella del Pesce Spada gratinato alla calabrese con pomodori secchi.
INGREDIENTI:
-4 filetti di pesce spada
-200 g di pangrattato
-50 g prezzemolo
- 50 g di pomodori secchi
-40 g di capperi
-1 spicchio d’aglio Origano q.b.
-Olio extravergine d’oliva q.b
-Sale q.b  e Pepe q.b.

Preparazione:
Lavate ogni singola fetta di pesce spada e asciugatela. Disponete i filetti in una pirofila unta di olio. Preparate un impasto con il pangrattato, il prezzemolo, l’origano, i capperi, i pomodori secchi tritati, l’aglio tritato, il sale, il pepe e un filo di olio. Ricoprire il pesce spada con questo impasto. Infornate a 180°C e fate cuocere per circa 10 minuti.
Quando la crosticina sarà ben dorata il piatto sarà pronto.

Pomodori secchi sott'olio. Una tipica conserva calabrese

Pomodori secchi sott’olio. Una tipica conserva calabrese

Polpette di ricotta calabresi

polpette di ricotta calabresi

Polpette di ricotta calabresi

Le polpette di ricotta calabresi o anche silane sono un gustoso secondo piatto della tradizione contadina. L’ingrediente principale è la ricotta, formaggio diffuso in Calabria, regione dalla tradizione casearia radicata e rinomata.
Le polpette di ricotta vengono preparate in alcune zone il martedì grasso, insieme alle tante ricette a base di carne di maiale. Sono semplici nella preparazione e come tutte le buone ricette contadine sono molto economiche.

Ingredienti per le polpette di ricotta calabresi: 
250 gr di ricotta pecorina o vaccina;
1 uovo intero;
70 gr di formaggio grattugiato (pecorino );
125 gr di pane grattugiato;
Prezzemolo tritato e sale;
100 gr di passata di pomodoro;
1 cipolla rossa di Tropea
olio extravergine d’oliva; acqua

Preparazione:
Amalgamate insieme ricotta, uovo, formaggio e pane grattugiato. Aggiungete anche il prezzemolo tritato e il sale. Formate delle palline di medie dimensioni.
Per il sugo: in una padella ampia versate l’olio con la cipolla tritata e la passata di pomodoro. Fate cuocere e aggiungete le polpette. Diluite con mezzo bicchiere d’acqua calda e fate evaporare. Le polpette saranno pronte quando avranno un aspetto gonfio e morbido.

polpette di ricotta calabresi

 

 

 

Minestra maritata calabrese

Minestra maritata calabrese

Minestra maritata calabrese

Minestra maritata calabrese

La ministra maritata è un piatto tipico del meridione d’Italia, per questo è legata a tante tradizioni diverse e a molteplici varianti per la preparazione.
E’ uno dei simboli della cucina e della vita contadina, i suoi ingredienti rispecchiano il ciclo delle stagioni che un tempo influenzavano l’intera esistenza  della comunità agreste che in armonia con la natura scandiva le attività giornaliere e annuali più importanti.
I giorni di Carnevale erano giorni di festa anche culinaria, in Calabria era tradizione ammazzare il maiale e preparare con le sue carni diverse pietanze. Questa ministra è detta “maritata” perché è fatta dall’unione di diverse parti del maiale e da diverse verdure selvatiche di stagione.
La preparazione è laboriosa ma il risultato è il frutto gustoso di tanta sapienza antica.

Ingredienti:
Un mazzo di broccoli
Un cespo di indivia
Un cespo di cicoria selvatica
Un cespo di verza
Due finocchi
Due gambi di sedano

Per il brodo di carne di maiale:
100 gr di salsiccia piccante non stagionata
100 gr di salame di frattaglie ( lingua e carne grassa di maiale )
100gr di costine di maiale
100gr di carne grassa e magra di maiale tagliata a dadini per spezzatino
Finocchio selvatico
Un gambo di sedano
Una cipolla
Un cucchiaino di concentrato di pomodoro
Peperoncini piccanti (facoltativo)
Sale q.b.
Pecorino calabrese stagionato e caciocavallo (bucce e grattugiato)

Preparazione:
Per prima cosa bisogna far bollire le verdure separatamente poiché hanno tempi di cottura differenti.
Per il brodo di carne: in una pentola unite i vari pezzi di carne e gli aromi con abbondante acqua. Fate cuocere la carne.
Quando il brodo sarà pronto, togliete i pezzi di carne e uniteli, in una nuova e capiente pentola, alle verdure precedentemente lessate e alle bucce di pecorino e caciocavallo calabrese.
Ricoprite con il brodo e continuate la cottura per altri trenta minuti.
Prima di servirla fatela riposare a fuoco spento, aggiungendo il pecorino e il caciocavallo grattugiati.
La minestra maritata calabrese per il lunedì di Carnevale è pronta.

Le verdure della minestra maritata calabrese

Le verdure della minestra maritata calabrese

Il brodo di carne di maiale della minestra maritata calabrese

Il brodo di carne di maiale della minestra maritata calabrese

La minestra maritata calabrese in preparazione

La minestra maritata calabrese in preparazione

La minestra maritata calabrese

La minestra maritata calabrese

 

 

 

 

 

Chiacchere di Carnevale

Chiacchere di Carnevale

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Le chiacchere sono i dolci tipici del carnevale calabrese

INGREDIENTI per le chiacchere di carnevale:
farina gr. 300
uova 2
limone 1
zucchero gr.40
vermouth bianco gr.80
burro gr.50
Olio per la frittura

Preparazione:
Impastate la farina,il burro, le uova e la buccia grattugiata del limone, aggiungendo lentamente il vermouth. L’impasto ottenuto deve essere liscio ed omogeneo.
Formate una palla e lasciate riposare per mezz’ora.
Dividete l’impasto in quattro parti e stendetelo con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia sottilissima. Potete anche utilizzare la macchina per la lavorazione della pasta fresca.
Aiutandovi con la rotella taglia pasta, formate delle strisce rettangolari da friggere nell’olio bollente.
Fate raffreddare e ricoprite con lo zucchero a velo.

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Stocco alla mammolese

Stocco alla mammolese

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Lo stocco alla mammolese è una ricetta calabrese antichissima.
Preparato insieme alle patate, alle olive e ad altri prodotti che rappresentano il tesoro gastronomico della Calabria, è servito come piatto unico.
Lo stocco si ottiene dai merluzzi essiccati, anticamente era considerato un piatto povero, oggi, per la sua riconoscibilità, è considerato uno dei prodotti alimentari più importanti della Calabria.
Secondo una tradizione radicata nei paesi di Reggio Calabria, in particolare nella locride,  le famiglie consumano lo stocco il venerdì Santo e alla Vigilia di Natale. Altra tradizione locale è quello di ragalarlo. Infatti molti emigrati, al rientro delle ferie, portano lo Stocco sia per regalo che per consumo personale.
Mammola, in provincia di Reggio Calabria, è famosa per la sapiente lavorazione di questo prodotto ittico. Documenti storici attestano che Mammola era già nel 700 apprezzata per la spugnatura dello stocco. La qualità del prodotto lavorato probabilmente è dovuta all’acqua del luogo ricca di minerali.
Bella e da visitare è la tradizionale Sagra dello Stocco che si svolge ogni anno il 9 agosto nel Borgo Antico di Mammola, con la degustazione del pesce preparato nei vari modi tradizionali e servito in tegami di terracotta (tianeji), in un clima di festa folkloristica con canti e balli. L’evento per la sua tipicità è tra le più importati manifestazioni di gastronomia della Calabria e d’Italia.
Così radicato e riconosciuto come prodotto gastronomico tipico, lo stocco di Mammola è uno degli alimenti più importanti della cucina calabrese.

Ingredienti:
1 Kg di Stocco di Mammola spugnato a pezzi
Una cipolla rossa di Tropea
1Kg di pomodori perlati
1 Kg di patate
4 peperoncini essiccati piccanti
olio,
olive in salamoia,
sale

Preparazione:
In tegame fate soffriggere nell’olio la cipolla rossa di Tropea affettata. Mettete poi i pomodori pelati e fate cuocere a fuoco lento per circa 5 minuti. Salate e aggiungete le patate a spicchi e dopo pochi minuti lo stocco a pezzi insieme alle olive e ai peperoncini. Lasciate cuocere a fuoco lento per 20 minuti, senza mescolare ma agitando l’intero tegame. Spegnete il fuoco e dopo aver fatto riposare per qualche minuto servire.

Capo Colonna

Capo Colonna

colonna e faro

Capo Colonna, anticamente conosciuto con il nome di Lacionion, è il promontorio che determina il limite occidentale del golfo di Taranto, dove sorgeva il  tempio dedicato ad Hera Lacinia. La sua importanza risiede nella quantità di elementi storici che sono legati a questa punta di terra protesa sullo Jonio.
La crescita di Capo Colonna è legata alla storia della colonia greca di Kroton, l’odierna Crotone, fondata alla fine dell’VIII secolo a.C. da un gruppo di Achei guidati da Miscello, condottiero appartenente ad una famiglia di nobile estrazione che vantava di avere come capostipite Eracle, il quale ricevette l’ordine dall’oracolo di Delfi di fondare una colonia presso il fiume Esaro, tra il Capo Lacinio e la sacra Krimisa (l’odierna Punta Alice). Il volere del dio Apollo fu realizzato e ricordato nei secoli dalle monete, ritrovare nell’area, riportanti l’incisione del tripode delfico. Nella colonia il culto religioso più importante era quello di Hera. Alla divinità fu eretto il maestoso tempio, di cui oggi rimane come testimonianza un’unica colonna dorica. Originariamente costituito da un complesso di 48 colonne alte oltre 8 metri e costituite da 8 rocchi scanalati. Il tetto era di lastre di marmo e tegole in marmo pario. Nulla si sa delle decorazioni che però erano certo presenti come si può dedurre dal ritrovamento di una testa femminile in marmo della Grecia e pochi altri frammenti. Nelle adiacenze è tracciata una “Via Sacra” di una sessantina di metri e larga oltre 8 metri. Al complesso del tempio appartengono tre altri edifici chiamati: “Edificio B, il più antico luogo di culto del santuario, nel quale è stato rinvenuto il tesoro di Hera, costituito da ex voto”; “Edificio K, poco distante al primo citato e parallelo alla Via Sacra, adibito ad albergo per gli ospiti di riguardo”;”Edificio H utilizzato per i festosi banchetti”.
Era uno dei pochissimi templi della Magna Grecia che presentava sculture di marmo, materiale importato e molto costoso. Le numerose terrecotte architettoniche, hanno permesso di ricostruire almeno dieci coperture dell’edificio sacro, (dalla metà del VI al IV secolo a.C.), che attestano la grande attenzione dedicata dai cittadini della polis di Crotone a questo tempio. Ogni tegola del complicato sistema di copertura del tetto doveva essere stata lavorata pezzo per pezzo, contrariamente a quanto avveniva per le tegole di terracotta, realizzate in serie con matrici prefabbricate. Dalle fonti sappiamo che esse furono prelevate dal censore Q. Fulvius Flaccus, e che pur essendo state restituite successivamente, non fu più possibile ricollocarle al loro posto, proprio a causa della complessità del sistema tecnico che i Romani non riuscirono a capire, al punto che poi vennero abbandonate nell’area limitrofa. Tutte le tegole ed i coppi erano di marmo greco e insulare.
Il tempio di Hera, come dimostrano le cronache antiche, aveva notevole fama, tanto da essere descritto in molte fonti. Livio lo descriveva in tal modo:” Il tempio di Giunone Lacinia distava sei miglia dalla città ed era più celebre della città stessa…Un bosco circondato da una fitta selva ed alti abeti aveva in mezzo pascoli che pascolavano senza alcun pastore, ogni genere di animale sacro alla dea; separatamente ciascun gregge ritornava di notte verso le proprie stalle, senza temere alcun dannp… Perciò era grande il frutto che poteva essere ricavato da questo peculio e perciò era stata fatta una colonna d’oro massiccio ed era stata consacrata…E vari miracoli si raccontano paragonabili alla fama del luogo; era noto che l’altare era nel vestibolo del tempio e che il vento non riusciva a scuoterne le ceneri…”.
Nell’area sacra era anche applicato il diritto di asilo, come confermato in numerosi frammenti di tabelle bronzee con dedica alla dea, incise dagli schiavi e dai prigionieri che avevano riacquistato la libertà.colonna con mare

colonna

 
Sullo stesso promontorio, oggi, sorge un santuario dedicato alla Madonna di Capo Colonna (chiaro accostamento alla dea Hera). Vi si venera un’immagine della Madonna attribuita a San Luca. Secondo la tradizione l’immagine era stata trafugata dai pirati Turchi che prima tentarono invano di incendiarla e poi non riuscendo a far muovere la nave, la buttarono in mare. Trovata sulla spiaggia da un pescatore, fu da lui conservata fino a quando, prossimo a morire, ne rivelò il possesso. Il quadro in stile bizantino viene custodito nella Cattedrale di Crotone e il terzo sabato di maggio, per ricordare il miracolo, viene portato in processione notturna fino al santuario di Capo Colonna. La struttura attuale fu eretta dai monaci basiliani di Salice Salentino probabilmente fra l’XI e il XIII secolo e certamente prima del Cinquecento, quando la chiesa e l’icona furono descritte nel Libro dei miracoli, un manoscritto che racconta di un tentativo ottomano di distruggere o trafugare il quadro che sarebbe avvenuto nel 1519.
La chiesa fu sottoposta a numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Nel Settecento fu trasformata in romitorio e nel 1897 assunse l’aspetto attuale per l’ampliamento progettato da Anselmo Berlingeri.

capo colonnacapo colonna 2chiesa e torre
In posizione frontale al Santuario della Madonna, sorge la Torre Nao, monumento risalente al XVI sec.. L’architettura della Torre Nao, terminata nel 1568, è tipicamente vice regnale con corpo parallelepipedo su base quadrata, con cordolo litico e grosse caditoie, dotata di scala esterna e piccolo ponte d’accesso. La scala a tre rampe formava un corpo avanzato di difesa. Tra la scala e la torre vi è un ponte levatoio a scomparsa, azionato dall’interno da una carrucola che garantiva l’isolamento della torre stessa. All’ingresso del terzo livello un solaio mobile ed una caditoia ne garantivano l’estrema difesa. Il nuovo sistema difensivo spagnolo prevedeva la costruzione di possenti torri di guardia visibili tra di loro così da poter segnalare in modo tempestivo l’arrivo delle navi straniere. Il progetto venne lanciato dal vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo, ma la completa attuazione si ottenne solo alla fine del XVI secolo, sotto il viceregno di Parafan di Ribeira. Venuto meno il pericolo delle incursioni turche, le torri di guardia persero ogni funzione di difesa e nel 1810 la Torre di Nao fu inclusa nel sistema doganale francese. Dopo l’unità d’Italia divenne sede del comando di una brigata della Guardia di Finanza.
Oggi la Torre Nao di Capo Colonna ospita al suo interno l’omonimo Antiquarium che raccoglie importanti reperti di archeologia subacquea rinvenuti nei tratti di mare antistanti il promontorio.
Dal piano superiore della Torre Nao si gode un colpo d’occhio tra i più suggestivi che permette di ammirare un lungo tratto dell’arida e selvaggia zona costiera del litorale crotonese, bagnata dalle acque trasparenti della Riserva Marina di Capo Rizzuto.

torre capocolonna

Pesce spada alla ghiotta

Pesce spada alla ghiotta

Pesce spada alla ghiotta

Il pesce spada alla ghiotta è una ricetta tradizionale della cucina calabrese e in particolare della provincia di Reggio Calabria.
Questo tipo di pesce è richiesto non solo per la sua qualità ma anche per la capacità di essere valorizzato nelle preparazioni tipiche. Il pinocchio della Costa Viola, così viene definito in Calabria, è uno dei protagonisti indiscussi della cucina calabrese.
Il pesce spada alla ghiotta, probabilmente di origine araba, è così radicato come ricetta tipica da aver ottenuto dal ministero per le politiche agricole e forestali l’inserimento nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani.
La pesca del pesce spada è ancora eseguita con tecniche antiche, considerate dei veri e propri monumenti culturali di folklore e di storia. Le imbarcazioni utilizzate sono chiamate “spatare” e sono dirette dal timoniere o “avvistatore” che in bilico su di un alto pennone avvisa il fiocinatore o “u lanzaturi” di prendere la mira e arpionare con “u ferru” il pesce spada appena avvistato.
Le prime testimonianze di questa antica tecnica di pesca sono raccontate da Archestrato di Gela, vissuto nel IV secolo a.C.. Il poeta narra che proprio dalle sponde reggine della Costa Viola partivano i pesce spada per Atene, pescati con le tecniche ancora oggi in uso ed introdotte dai fenici.
La sagra del pesce spada si tiene la seconda domenica di luglio a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria.

Ingredienti per quattro persone:

4 tranci di pesce spada
1/4 di cipolla bianca
un cucchiaio di capperi
olive verdi schiacciate o nere
10 pomodorini ciliegino
olio evo qb
sale qb
origano qb

Preparazione:

In una padella versate un filo d’olio e fate appassire la cipolla tritata finemente. Aggiungete i capperi e le olive.
Dopo qualche minuto aggiungete i pomodorini tagliati a metà con una spolverata di origano e lasciateli appassire per qualche minuto.
Infine adagiate i tranci di pesce spada, aggiungete un pizzico di sale e proseguite la cottura.
Servite il pesce spada alla ghiotta ancora caldo, accompagnato dal sugo della preparazione.

 

 

 

Melanzane ripiene alla calabrese

Melannzane ripiene alla calabrese “I malangiani chini”

melanzane ripiene

Questa ricetta ricorda le domeniche in famiglia e i giorni al mare. E’ un piatto tipico del meridione e ha molte varianti. Sulle tavole calabresi si trova soprattutto in estate quando le melanzane sono mature. E’ uno dei piatti del pranzo di Ferragosto, quando al mare o in montagna ci si ritrova per festeggiare questa giornata.
Oggi proponiamo la ricetta al forno.

Ingredienti:
6 Melanzane (di medie dimensioni)
Olio di oliva
400 gr di Pomodori pelati
300 gr Carne macinata
Mezza Cipolla rossa di Tropea
2 Uova sode
50 gr Pane raffermo, sbriciolato e ammollato nell’acqua
Parmigiano Reggiano e pecorino q.b
150 gr Caciocavallo  Silano
Aglio : uno spicchio -Prezzemolo : q.b. - Sale: q.b. - Pepe: q.b.

Preparazione:
Per iniziare lavate le melanzane, asciugatele, dividetele a metà e scavatene la polpa aiutandovi con un coltello.

In una pentola portate l’acqua salata (q.b) ad ebollizione ed immergete i gusci delle melanzane. Stesso procedimento ma in una pentola differente per la polpa. Quando le melanzane saranno morbide e cotte potrete scolarle. Fate attenzione a non lasciare acqua nelle melanzane e scolatele bene.

Intanto preparate il sugo al pomodoro: in una pentola con un po’ di olio e un po’ di aglio che avrete fatto imbiondire fate cuocere il sugo, lasciandolo a fine cottura un po’ liquido. Ricordate che è importante che il sugo rimanga liquido perché poi dovrà essere messo in forno.

In una padella a parte fate soffriggere la cipolla tritata con l’olio e poi aggiungete la carne macinata. Fatela rosolare, sfumatela con del vino rosso e terminate la cottura. Se è il caso aggiungete un po’ di acqua calda. La carne servirà per il ripieno

Ora che il sugo e la carne sono pronti potete preparare l’impasto che sarà usato per farcire le melanzane:

In un recipiente versate la carne, le uova sode a piccoli dadini, il pane ammollato nell’acqua che avrete ben strizzato, la polpa delle melanzane ben strizzate e macinate con un coltello, il prezzemolo tritato, il pepe, il parmigiano e il pecorino grattugiati, un pizzico di sale. Amalgamate il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo

Prendete i gusci di melanzane che prima avevate bollito privandoli della polpa e riponete sul fondo una fettina di caciocavallo silano. Ora potete farcirli con il ripieno appena preparato.

Dopo aver farcito le melanzane potete prepararle per la messa in forno:

Prendete una teglia da forno e sporcate il fondo con il sugo al pomodoro. Disponete su di essa le melanzane ripiene e ricopritele con il sugo rimasto. Spolverizzate con una manciata di parmigiano e infornatele a 180° per 20 minuti. Ovviamente i minuti al forno sono indicativi, vi renderete conto che le melanzane sono pronte quando si formerà una crosticina sulla superficie.

Come vi avevamo detto la ricetta delle melanzane ripiene ha molte varianti. Una è quella di friggere leggermente le melanzane prima di infornarle. Anche in questo caso il procedimento di preparazione è lo stesso, solo che prima di infornarle e ricoprirle di sugo dovrete farcirle come vi abbiamo spiegato precedentemente e friggerle. Dopo la frittura le riporrete in forno seguendo il procedimento indicato per la prima ricetta.

Se volete potete anche, dopo aver seguito tutto il processo della cottura e della farcitura, friggerle senza aggiungere il sugo e senza infornarle.

In ogni caso saranno buonissime!
Buon pranzo!!!

 

L’Eremo di Monte Stella

interno del santuario di monte stella

Interno del santuario di Monte Stella

scaliniL’Eremo di Monte Stella è veramente speciale, qui la vista deve essere accompagnata dalle tante leggende che, forti come queste rocce, sostengono da secoli questo luogo.
Tra le Serre Calabresi e l’Aspromonte, a pochi passi dal mare, è ubicato l’eremo che trova rifugio nell’omonimo rilievo del comune reggino di Pazzano.
Proprio da Pazzano, seguendo l’antico sentiero di montagna, si può arrivare all’eremo di Monte Stella anche a piedi, come si fa per tradizione il 15 agosto in onore delle celebrazioni della Madonna.
Arrivati sul Monte Stella, la vista è estasiata da questa prospettiva che domina tutto il litorale Ionico, il cui azzurro fa da sfondo alle rocce solitarie e silenziose dell’eremo.
All’eremo si accede scendendo una lunga scalinata di 62 gradini scavata nella pietra. Dopo di che si è accolti in questa grotta mistica che ospitò i monaci anacoreti in cerca di pace e preghiera.
Da eremo Santa Maria della Stella divenne Monastero (minore) in epoca normanna, come si evince da un diploma di Ruggero d’Altavilla del 1096. Nel 1562 nel monastero fu collocata la statua della Madonna della Stella che sostituì le antiche icone bizantine.
Nel monastero si trovano anche i resti di un affresco bizantino (databile tra il X e l’XI secolo), che si ritiene tra i più antichi dell’Italia Meridionale e che raffigura Santa Maria Egiziaca mentre riceve l’eucarestia dal monaco Zosimo. La presenza dell’eremita Santa Maria Egiziaca ha indotto a ipotizzare che il romitorio ospitasse religiose anziché monaci.
Si trovano anche i frammenti del dipinto raffigurante l’Immacolata concezione.

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Statua della Madonna di Monte Stella

 

Tradizioni e leggende:

Le celebrazioni della Madonna di Monte Stella si tengono il 15 agosto. Si giunge al monastero a piedi, percorrendo il sentiero di montagna a partire  dalla “Fontana vecchia” del comune di Pazzano. La festa che celebra l’Assunzione della Madonna ricorda la Dormitio Virginis bizantina.

Leggende sulla statua della madonna:

Molte sono le leggende sul santuario.

Secondo alcuni, dove oggi si trova il monte un tempo vi era un vulcano in cui aveva dimora il demonio. La vergine lo sconfisse gettandolo nell’oscurità delle tenebre e da quel momento, per dimostrare devozione, alla salvatrice fu consacrato il luogo di preghiera che oggi conosciamo.

Un’altra leggenda fa riferimento alla dimensione gigantesca delle statua della madonna. Secondo molti infatti, il gran peso della statua non poteva essere trasportato fin sul monte da forza umana. Si dice che l’imbarcazione che in un giorno del 1562 stava trasportando la statua da Messina a Crotone inspiegabilmente si fermò a Monasterace come incastrata o bloccata da una forza sovrannaturale. Da essa partì una luce rivolta verso la grotta di Monte Stella. Dei pastori videro lo strano fenomeno e la stessa Madonna che sopra un vitello si dirigeva verso la grotta. Al suo arrivo, da una parete rocciosa iniziò a sgorgare acqua che venne raccolta da due giare che miracolosamente non si riempivano mai. All’acqua, come alla Madonna, furono attribuiti poteri taumaturgici.

Ecco un frammento di una preghiera popolare che attesta la grande devozione e la speranza con cui i fedeli si avvicinano alla Madonna di Monte Stella:
« Accui nci cerca grazzia nci nda duna
cu avi u cori offisu nci lu sana
E io, Madonna mia nda ciercu una
nchianati ‘n paradisu st’arma sana. »

veduta convento monte stella