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Ginetti di Pasqua

Ginetti di Pasqua

Ginetti di Pasqua

Ginetti di Pasqua


Queste ciambelle dolci, tipiche dei paesi arbëreshë calabresi, sono preparate durante il periodo pasquale, si consumano a partire dalla domenica delle Palme, quando anticamente le ragazze vestite per la cerimonia le indossavano come dei bracciali. Da qui, probabilmente, la forma a ciambella.
Dopo la cottura sono ricoperte da una glassa di zucchero che le rende bianche e dall’aspetto invitante.
Per la preparazione occorrono pochissimi ed economici ingredienti.
Con questa ricetta della tradizione dolciaria calabrese, vi auguriamo una Buona Pasqua
INGREDIENTI:
1 kg di farina di grano tenero
10 uova
10 cucchiai di olio extra vergine di oliva
1 cucchiaino di bicarbonato
un pizzico di sale
Mezzo bicchierino di anice
q. b. di codette di zucchero per decorare i dolci
Per la glassa :

200 g di zucchero a velo
un albume d’ uovo
succo di mezzo limone

Preparazione dei ginetti :
In una ciotola capiente sbattete le uova per un paio di minuti, dopodichè aggiungete pian piano tutti gli ingredienti necessari: l’ olio di oliva, il sale, la farina di grano tenero, il bicarbonato, l’anice e impastate bene il tutto per alcuni minuti, fino a che non otterrete un impasto morbido ed omogeneo. Fatto questo, prendete l’ impasto, allungatelo con le mani in modo da formare dei bastoncini grossi all’incirca come un dito, quindi, tagliateli in pezzi di circa 12 – 15 cm di lunghezza, chiudeteli a cerchio, formando delle ciambelle che fisserete bene alle estremità. Fatele bollire in una pentola con dell’acqua calda per qualche minuto, una volta lessate, fate intiepidire, quindi, incidetele orizzontalmente e poneteli su una teglia antiaderente e infornatele a 200° per 20 minuti. Quando i Ginetti saranno cotti potrete toglierli dal forno, lasciandoli raffreddare.
Nel frattempo preparate la glassa: montate a neve l’ albume, aggiungetevi lo zucchero a velo. Fate incorporare e aggiungete il succo di limone. Cospargete con la glassa e le codine i Ginetti, lasciandoli indurire prima di servirli a tavola .

Polpette al sugo alla calabrese

Polpette al sugo alla calabrese

polpette al sugo alla calabrese

polpette al sugo alla calabrese

Il Carnevale in Calabria si ritrova soprattutto a tavola, dove piatti sostanziosi e pieni di sapore rallegrano le famiglie.
Tradizionalmente la domenica di Carnevale è dedicata alla preparazione di piatti a base di carne. Un ragù ricco, fatto con la carne grassa del maiale, la salsiccia piccante, le braciole, apre il pranzo e da il via ai secondi che ritrovano i gustosi pezzi di carne ben cotti in questo sugo e alle polpette.
Per questa domenica, presentiamo le polpette al sugo alla calabrese.
E’ una ricetta che fa parte del bagaglio affettivo e della memoria di molti di noi.

Ingredienti per le polpette al sugo alla calabrese:
300 gr di misto carne macinata (maiale e vitello)
750 ml di passata di pomodoro
2 cucchiai di parmigiano grattugiato 
1 cucchiaio di pecorino silano
1 uovo
4 fette di pane raffermo 
sale e pepe
una cipolla rossa di tropea
prezzemolo, olio extravergine di oliva e peperoncino 

Preparazione:

Ammollate il pane nell’acqua tiepida e quando sarà morbido strizzatelo con molta cura, in modo che non rilasci liquido durante la preparazione.
Sbriciolate il pane e unitelo all’uovo, al misto di carne, al formaggio e alle spezie.
Amalgamate bene il tutto e formate delle polpette di dimensione media.
Intanto in una pentola capiente e dai bordi alti, fate rosolare la cipolla e aggiungete la passata di pomodoro e il peperoncino.
Quando il sugo inizierà a bollire, immergente con molta cura le polpette. Fate cuocere per qualche minuto e aggiungete mezzo bicchiere di acqua calda.
Fate cuocere a fiamma medio-bassa per 15 minuti, smuovendo ogni tanto la pentola in modo che le polpette non si attacchino al fondo. A metà cottura girate le polpette per farle cuocere dall’altro lato. Dopo 15 minuti il sugo si sarà ristretto e le polpette saranno cotte.
Buona domenica di Carnevale dalla Calabria!!!

polpette al sugo alla calabrese in cottura

 

polpette al sugo alla calabrese

polpette al sugo alla calabrese

San Valentino in Calabria

San Valentino in Calabria

Passare il San Valentino in Calabria, per i borghi antichi, a catturare tramonti magici, ad ammirare paesaggi unici

Una bellezza così armoniosa nelle sue molteplici manifestazioni è essa stessa una forma di amore da custodire, raccontare, condividere

Zeppole calabresi

Zeppole calabresi “Zippuli”

Zeppole in preparazione

Zeppole in preparazione

La frittura delle zeppole

La frittura delle zeppole

Zeppole calabresi

Zeppole calabresi

Il mese di dicembre in Calabria è scandito da tradizioni popolari antiche e sentite. Le festività natalizie iniziano l’otto del mese con la ricorrenza dell’Immacolata. E’ il giorno in cui le famiglie iniziano a riunirsi intorno alla tavola imbandita di portate tipiche e soprattutto di Zeppole fritte “I Zippuli”, che saranno preparate per tutto il mese.
La preparazione delle zeppole è un vero e proprio rito di socialità che vede le famiglie riunite nelle case ad attendere le donne che con gesti veloci e laboriosi preparano la pasta che poi fritta darà vita a queste prelibatezze. E’ il giorno in cui le note delle zampogne risuonano per le piazze e le vie, intonando musiche popolari miste a spiritualità e folklore. Il giorno dell’Immacolata è un anticipo di vigilia di Natale che apre ad altri momenti importati come il giorno di Santa Lucia in cui, in alcuni paesi calabresi, si consuma un primo cenone di tredici portare con il piatto principale a base di grano cotto. Si accendono anche i primi falò propiziatori in quella che è la notte più lunga dell’anno e che precede l’allungarsi delle ore di luce. Un detto popolare recita a tale proposito: “da Santa Lucia a Natala u jornu crìscia nu passu ’e cana; ’e Natàla mpoi criscia nu passu ’e voi”, ( da Santa Lucia a natale il giorno è corto come un passo di cane, da Natale in poi si allunga come un passo di bue).
Durante il periodo di  Natale, i giorni sono scanditi dalla preparazione di cibi tipici, soprattutto dolci che non solo hanno lo scopo di rinnovare le tradizioni ma di radunare le famiglie. Il cibo è dunque, un elemento di forte identità e di aggregazione che caratterizza la Calabria e le sue unicità culturali e territoriali. Come la lingua di un popolo, il cibo preparato in questo mese di festa celebra la storia e le tradizioni più antiche della Calabria, in tal senso le portate tradizionali sono una vera e propria lingua che saldata nei secoli si tramanda a memoria e riconoscibilità della popolazione calabrese.
Ma il cibo consumato nei giorni delle feste natalizie è anche un momento di convivialità significativo e di grande valore, in questi giorni, gesti antichi e tramandati vengono rimessi in scena secondo rituali precisi che albergano nella memoria dei calabresi. In questi momenti di condivisione profonda, le generazioni colmano le loro distanze, incontrandosi sotto l’aurea di una cultura popolare antica, riconoscibile  e ricca di simboli.
Qui proponiamo la ricetta delle zeppole “i Zippuli” che un tempo si preparavano a partire dalla vigilia dell’Immacolata.

Ingredienti per le Zeppole:

  •  500 kg di farinadi grano duro
  • 1 kg di patate
  • 300 kg di farina’00’
  • 10 g di sale
  • 1 cubetto di lievito di birra
  • acqua tiepida
  • Acciughe sott’olio per la farcitura ( a scelta)
  • abbondante olio di semi per friggere

Preparazione delle Zeppole:

Fate bollire le patate con tutta la buccia. Quando saranno cotte scolatele e lasciatele freddare. Sbucciatele e passatele nello schiacciapatate. Fate sciogliere il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con il sale. Versate la farina in una ciotola grande disponendola a fontana, aggiungete le patate e il lievito sciolto e cominciate ad amalgamare il tutto con le mani, lavorate con i pugni per amalgamare bene il tutto. Quando il composto  risulterà rassodato versate poco alla volta acqua tiepida e continuate a lavorare nello stesso modo fino ad ottenere un composto appiccicaticcio ed elastico. Ponete il tutto in una casseruola grande, alta almeno 20 cm, fate una croce di sopra con le mani, coprite con un canovaccio e lasciate lievitare vicino ad una fonte di calore per 2 ore circa. Capirete che sono lievitate perché la croce si sarà aperta e non si vedrà più. Bagnatevi bene le mani con l’olio e lavorate l’impasto a ciambella o con la forma che più preferite, inserendo all’interno l’acciuga. Friggete in abbondante olio (devono essere praticamente immerse nell’olio) fino a quando saranno dorate.

N.B. La ricetta con le patate è tipica dei paesi della provincia di Cosenza, la stessa ricetta può essere preparata anche senza l’aggiunta delle patate come avviene in altri paesi calabresi.

 

Il Cedro di Calabria

Il Cedro di Calabria: un agrume unico e prezioso. Storia e ricetta

bocconotti

Bocconotti

Cedro

Cedro

 

Il Cedro di Calabria: un agrume unico e prezioso. Storia e ricetta

I rabbini di tutto il mondo vengono in Calabria fra agosto e settembre per acquistare i cedri calabresi (coltivati nella Riviera dei Cedri), che utilizzeranno per la Sukkoth (festa delle capanne, ad ottobre), secondo quanto dettato dai testi sacri. Vengono acquistati solo i cedri perfetti, che vengono controllati nei minimi dettagli al momento della raccolta, addirittura guardandoli con la lente d’ingrandimento perché non ci sia alcun difetto.  I cedri da utilizzare nelle celebrazioni devono presentare delle caratteristiche ben precise: provenire da alberi cresciuti non da talea innestata e almeno al quarto anno di vita e possedere un peduncolo accentuato, una forma conica perfetta senza rugosità e senza macchie sulla buccia. I cedri calabresi sono tra i pochi al mondo a presentare le caratteristiche richieste e per assicurarseli i rabbini sono disposti ad offrire delle cifre altissime.
Riviera dei Cedri è il toponimo che identifica una fascia di territorio dell’ Alto Tirreno Cosentino in Calabria che comprende, tradizionalmente, anche una parte del territorio montano che si trova immediatamente a ridosso della zona costiera.
Il nome deriva dalla diffusa coltivazione del cedro liscio di Diamante.
Fanno parte della riviera 22 comuni compresi fra Tortora e Paola. Fra questi, per la produzione del cedro, spiccano Santa Maria del Cedro e Diamante oltre un certo numero di centri montani che mediamente distano dalla costa non più di qualche chilometro e quindi facilmente raggiungibili.
Il nome cedro, derivato dalla volgarizzazione dal latino citrus, è però ambiguo, in quanto coincide con la traduzione di cedrus, nome dato alla conifera (i famosi cedri del Libano che fornirono il legno per tante imbarcazioni nel mondo antico). Ecco perché in alcuni testi per l’agrume viene usato anche il termine citro.
La pianta è un arbusto che può raggiungere i 4 metri di altezza. I rametti giovani sono rossastri o violetti, con foglie lunghe fino a 20 cm. I fiori crescono in gruppi da tre a dodici e sono molto profumati; i boccioli sono rossastri, ma il fiore aperto è bianco. Il frutto è grande 20-30 cm, giallino, ovale o quasi rotondo, talvolta con una leggera protuberanza al peduncolo e un po’ appuntito dalla parte opposta. La buccia è molto ruvida ed eccezionalmente spessa.
Il cedro ha origini remote, conosciuta già al tempo degli Egizi, quattromila anni fa, da lì, secondo alcue fonti storiche, si diffuse nel mondo legandosi strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche. Conosciuto come Malus medica, o Malus felix o, ancora più semplicemente, come Citrus, il cedro è  originario della Media e della Persia, il territorio che corrisponde all’incirca all’attuale regione nord occidentale dell’Iran, a sud del Mar Caspio.
In Italia la conoscenza del cedro è molto antica. Fu classificato già da Plinio il vecchio nella Naturalis Historia col nome di “mela assira”. A quei tempi ancora non si usava il frutto come alimento; il suo utilizzo a tale scopo si sarebbe diffuso solo due secoli dopo. Era invece usato come repellente per gli insetti nocivi come le zanzare, in maniera analoga alla citronella.
Oggi, il cedro viene impiegato nell’industria alimentare per la preparazione di bibite analcoliche e frutta candita, ma la maggior parte ne viene consumata nell’industria farmaceutica per la produzione di olio essenziale.
Il periodo di raccolta dei frutti varia a seconda del loro utilizzo. I cedri per la Sukkoth si raccolgono in estate quando sono ancora verdi, mentre quelli destinati agli altri usi sono raccolti durante tutto il periodo autunnale quando la colorazione è più tendente al giallo dorato.
Quando all’inizio degli anni ’60 la Calabria ha iniziato a subire la forte concorrenza degli altri Paesi che producevano cedri meno pregiati, ma a un prezzo inferiore, l’economia del cedro, sulla quale si fondava quella dell’intera Riviera, ha retto proprio grazie alla domanda proveniente dalla comunità ebraica. Il progressivo ridimensionamento della produzione ha raggiunto i minimi storici intorno alla fine degli anni ’80, quando si è riusciti a invertire la tendenza, facendo riscoprire all’industria alimentare sia locale sia nazionale, la qualità di questo agrume. Attualmente sono diverse le pasticcerie e gelaterie calabresi che offrono specialità a base di cedro e le piccole industrie artigianali che producono liquori, sciroppi e cedrate.
Dal 2000 si è affiancato anche il Consorzio del Cedro di Calabria che si pone come obiettivi la tutela e la valorizzazione della varietà Liscio Diamante, tipica della Riviera dei Cedri. Il Consorzio ha sede a Santa Maria del Cedro, nel cui Castello medievale è stato creato un centro polivalente che ospita il Museo del Cedro, un Laboratorio del gusto ed anche una Cittadella industriale con annesso Centro ricerche su questo agrume. Attraverso la creazione di una filiera cedricola si vuole fare in modo che la trasformazione dell’agrume venga effettuata prevalentemente in loco, anziché altrove, in modo da riportare il cedro al centro dell’economia della Riviera.

Gli ebrei e il cedro

Gli ebrei lo conobbero durante il lungo soggiorno in Egitto, di circa quattrocento anni. Poi, durante l’Esodo, al tempo di Mosè divenne il Perì ‘etz adar. La diffusione nel Mediterraneo del cedro è probabilmente opera loro: ne sono prova diverse tracce archeologiche. Finita la cattività babilonese, molti ebrei continuarono a spostarsi nei vari territorio, diffondendo i loro usi e così si diffuse anche la coltivazione del cedro. Verso il III, II a.C., secondo il rabbino Toaff, Rabbino capo della Comunità Israelitica di Roma, gli ebrei, seguendo le rotte achee arrivarono nella penisola italica, presso le colonie di Metaponto, Sibari e Crotone sullo Jonio e Laos e Posidonia sul Tirreno. Il cedro è legato ad una delle cerimonie più importanti del calendario ebraico.
La festa del Sukkoth (Festa delle Capanne), celebrata intorno alla prima quindicina di ottobre, è nel suo originario carattere agricolo, la festa di fine raccolto, della gioia per il lavoro compiuto e per i frutti raccolti. Per una settimana gli ebrei, costruitasi una Capanna (sukkà) all’aperto, con materiali vegetali, non fissata al suolo e con un tetto che permetta loro di vedere il cielo, a ricordo dell’Esodo dall’Egitto, durante il passaggio nell’inospitale deserto, a memoria della protezione che Dio concesse al suo Popolo, devono abitarla.
Durante questi sette giorni, ad eccezione del sabato, devono agitare in ogni direzione un mazzetto, che tengono nella destra, composto da un ramo di palma dattifera (lulàv), due rami di salice di fiume (aravà) e tre rami di mirto (hadas), mentre recano, nella sinistra, un frutto di cedro (etrog). Tutto ciò secondo quanto prescritto nel Levitico “ora il quindici del settimo mese, quando avrete raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa al Signore per sette giorni… il primo giorno prenderete frutti dagli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni…Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che Io ho fatto dimorare gli Israeliti in capanne, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto…”.
Secondo una tradizione allegorica ogni elemento indicato per la festa, rappresenterebbe un peccato da cui fuggire: la palma, eretta e diritta, paragonabile alla colonna vertebrale umana rappresenterebbe il peccato dell’orgoglio che fa sollevare la testa; il mirto, le cui foglie ricordano l’occhio, simboleggerebbe quello della curiosità di chi si guarda attorno con invidia; il salice, la cui foglia, invece, ricorda una bocca, quello della maldicenza; mentre il cedro, con la sua forma che ricorderebbe un cuore, dovrebbe indurre a confessare i peccati compiuti. Al contrario, secondo una interpretazione del Talmùd i quattro elementi indicherebbero ciascuno una qualità di quattro diversi tipi umani: la palma , con il dattero che ha sapore, ma non odore, ricorderebbe chi alla saggezza non fa seguire le opere; il mirto, dal buon profumo, ma senza sapore, indicherebbe gli uomini che agiscono, ma senza saggezza; il salice, privo del profumo e del sapore, rappresenterebbe chi è privo sia di saggezza che di opere; ed infine, il nostro etrog, frutto dal buon odore e dal buon sapore, chi alla saggezza fa seguire opere altrettanto sagge.
Inoltre, la conoscenza del cedro presso il mondo greco in seguito all’arrivo di alcuni ebrei nel mondo ellenico già a partire dal VI a.C, ci permettono di fare un’ulteriore considerazione: la conoscenza di un frutto, considerato, dallo stesso Teofrasto, non commestibile, in una epoca così antica, in cui le fonti di sostentamento erano essenziali e primarie, la conoscenza precisa dei metodi di coltivazione di quest’agrume, ci inducono a sostenere che essa dovesse essere importante per altre ragioni. Vasto è inoltre l’uso letterario di questa pianta: sacra, esoterica, di un profumo ineffabile, struggente ed ammaliante. E’ citata settantadue volte nelle Sacre Scritture simbolo di alleanza. Tanto è preziosa questa pianta, agli occhi degli ebrei, da essere magnifica, da dover essere custodita gelosamente perché vicina a Dio per le sue altezze, per le sue imponenti e forti fronde, per i sui fusti che si innalzano al cielo liberi. Simbolo di un ricordo che dura tutta la storia di un popolo, quello d’Israele.
Come già detto, oggi il cedro è utilizzato sia come alimento che nell’industria farmaceutica.
Proponiamo la ricetta dei BoCCONOTTI, dolci tipici calabresi della zona del cosentino. Sono biscotti di pasta frolla farciti, nel nostro caso con la particolare marmellata di cedro.

 

Ingredienti per 40 bocconotti al cedro:

5 tuorli
150 g di zucchero
150 g di strutto (o burro)
100 cc di vermout
500 g di farina
1 bustina lievito
1 bustina vanillina

La scorza grattugiata di un limone
RIPIENO:
400 gr di marmellata di cedro

Preparazione:

Setacciate lievito e farina sulla spianatoia, formando la classica fontana.  Aggiungete lo zucchero, la scorza del limone grattugiata e le uova, il burro o lo strutto, poi aggiungete un po’ di vermout per arrivare alla consistenza della pasta frolla.
Formate una palla che sarà avvolta nella pellicola per alimenti e riposta in frigo per qualche ora.
Passato il tempo di posa, stendete la pasta con il mattarello allo spessore di 3 – 5 mm. Tagliate dei dischi di circa 5 – 8 centimetri e usateli per rivestire degli stampi per tartellette precedentemente imburrati. Farcite con un  cucchiaino di marmellata di cedro, mettete sopra un altro disco e sigillate i bordi. Pennellate i biscottini con il tuorlo rimasto e infornate per 20 minuti a 180°.

 

Albero del cedro

Albero del cedro

Raccolta dei cedri

Raccolta dei cedri

 

 

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino  

Le melanzane in Calabria si prestano a molteplici usi culinari. Sono dette “melangiane” “luminciane” in base alla zona di riferimento che determina anche le varianti nelle ricette. Tipico ingrediente estivo, in inverno sono ugualmente presenti sulle tavole dei calabresi grazie alle conserve preparate a settembre. Buonissime sono le melanzane sott’olio, utilizzate come antipasto e stuzzichino sfizioso. Noi, proponiamo le melanzane fritte a panino, una ricetta veloce e molto semplice, fatta con pochi ingredienti ma di ottima qualità.

Ingredienti per la melanzane fritte a panino:
- Melanzane lunghe tagliate a fette tonde di circa 1cm
- Farina
- 1 uovo
- Pangrattato
- Sale
- Olio per friggere
Per il ripieno:
- Prosciutto cotto
- Provola silana
A scelta: qualche filetto di acciughe sott’olio

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Preparazione delle melanzane fritte a panino:
Tagliare le melanzane a fette rotonde dello spessore di qualche centimetro e spolverizzarle con il sale. Lasciare le fette a sgocciolare in uno scolapasta per un’ora.
Disporre su di un piano la prima fetta di melanzana e farcirla con una fettina sottile di provola silana, prosciutto cotto e a scelta il filetto di acciuga sott’olio. Chiudere la farcitura con una seconda fetta di melanzana, così da creare una sorta di panino.
Infarinare la superficie delle melanzane e poi bagnarle nell’uovo sbattuto. Dopo questo passaggio le melanzane saranno impanate con il pangrattato.
In una padella versare l’olio e quando sarà caldo immergere le melanzane per la frittura.
Saranno pronte in pochi minuti, non appena il pangrattato sarà ben dorato. Togliete le melanzane fritte a panino dal fuoco e lasciatele asciugare su un foglio di carta assorbente.
Un’altra buona ricetta calabrese è pronta per essere servita!!!

Roccella Jonica

Roccella Jonica

Veduta di Roccella Jonica dal castello

Veduta di Roccella Jonica dal castello

Roccella Jonica

Roccella Jonica è situato lungo la Costa dei Gelsomini, la riviera bagnata dal mar Jonio e più a sud della Calabria. Il nome della costa trae origine dalla coltivazione del fiore di gelsomino che qui veniva raccolto dalle donne, le gelsominaie, e poi venduto in Francia per la produzione di essenze profumate. Questa costa si caratterizza per le distese sabbiose intervallate da alte rocce che si gettano a picco sul mare, regalando un contrasto di colori tipico della macchia mediterranea. A rocce floride e verdi, si alternano alture brulle ed imponenti. Questo tratto calabrese offre l’opportunità di effettuare numerosi itinerari naturalistici e storico-culturali. Lungo la Costa dei Gelsomini, oltre a Roccella Jonica, si trovano infatti, altri siti di interesse dello Jonio reggino, facilmente raggiungibili perché in successione.
Roccella jonica è un comune risalente alla Magna Grecia, era l’antica località di Amphisya ricordata nei poemi del poeta Ovidio. Nel X secolo il paese si chiamava già Rupella, poi Arocella, fino all’attuale nome di “Roccella” a causa della sua localizzazione sulla rocca, che oggi conserva i resti del castello medievale e della torre.
Come molti centri della costa jonica prossimi al mare, Roccella, subì gli attacchi dei Saraceni. Dal XIV secolo e fino alla metà del XV fu feudo dei conti Ruffo di Catanzaro per poi  passare di mano in mano ad altri feudatari, come i Carafa, fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
Col decreto del 4 maggio 1811, Roccella divenne capoluogo di Circondario comprendente i Comuni di Gioiosa e Castelvetere. Nel 1816 diveniva Comune nel Circondario di Castelvetere.

Oggi, percorrendo la Statale 106 in cui si snodano altri siti di interesse come Kaulon, Riace, Stignano, Stilo, si arriva a Roccella Jonica e proseguendo, si giunge fino a Locri con il suo interessante parco archeologico.

A Roccella Jonica sono presenti i resti del castello medioevale, situato su una roccia imponente che domina l’intero comune. Fondato in periodo normanno da Gualtieri De Collepietro, successivamente la proprietà passò alla famiglia Ruffo per diverse generazioni, poi a Galeotto Baldax.
Numerosi sono i ruderi del nobile palazzo, conservante un magnifico portale litico, sormontato dallo stemma, in pietra calcarea ed eroso dal tempo, dei principi Carafa della Spina. Superato il portale d’ingresso (un tempo ponte levatoio) l’attenzione è attratta da un balcone monumentale con mensole scolpite e figurate (mascheroni).
Il palazzo è arricchito al suo interno da un cortiletto, in selciato, con otto canali a forma di stella. Dal cortile si accede, tramite la scala principale, ai piani superiori, dove c’erano gli appartamenti privati dei principi, mentre a pianterreno si accede ai locali destinati a vari usi (cucine, magazzini, ecc). All’interno del cortile si può vedere un pozzo incassato nella parete e, lungo la stessa, la porticina d’ingresso all’elegante scala a chiocciola, in pietra calcarea.
Attigua all’edificio è la Chiesa Matrice di S. Nicola di Bari, in stile jonico barocco. La chiesa è contigua al palazzo dei Principi Carafa, e la nobile famiglia attraverso un coretto, oggi distrutto, accedeva direttamente all’interno dell’edificio sacro.

Sorprendente per la sua collocazione, incastonata tra le rocce è la chiesa di Maria S.S. delle Grazie. Qui, nella piccola pianura che ospita la chiesetta del 1545, le colline che la proteggono, ricoperte da zone verdeggianti, si alternano a caratteristici tratti rocciosi, che creano una visione paesaggistica d’insieme molto suggestiva. Oasi di pace che regala una vista suggestiva verso la Torre di guardia di origine medievale che costituisce, insieme al recinto murario, il nucleo più antico dell’intero complesso del Castello dei Principi Carafa della Spina.
L’origine antica di Roccella Jonica è testimoniata dalle due alte colonne monolitiche in porfido egiziano, attendibilmente destinate ad un Tempio pagano rimasto inedificato sono state rinvenute in zona Castellace – Melissari, dove probabilmente aveva sede l’antico ”Portus Auxonius” meglio conosciuto come il ”Porto di Maccapè”. Attualmente le due colonne si trovano erette tra il lungomare e la Piazza S. Vittorio, dove furono sistemate nell’aprile del 1985.
Altro interessante sito, tra i molti presenti, è il Convento dei Minimi di San Francesco da Paola.
Da un atto notarile del 1590 risulta che l’amministrazione pubblica aveva deliberato di costruire a favore dei Minimi il Convento, presso la Chiesa di San Vittorio, che già legittimamente possedevano per decreto dei vescovi geracesi, imponendo la condizione che la Chiesa continuasse a conservare il titolo di San Vittorio.
Il Convento venne soppresso nel 1814, con la legge che ha soppresso la maggior parte degli istituti religiosi, e adibito a sede municipale, quale è stato fino a poco tempo fa.
Attualmente la struttura ospita la Facoltà di Scienze Infermieristiche e la Segreteria Studenti dell’Università Magna Graecia, di Catanzaro.
Inoltre è sede di numerose manifestazioni culturali, artistiche, ecc. e di importanti convegni, anche di carattere internazionale.
Poi non si può non considerare la lunghissima spiaggia e il mare. La temperatura tiepida fino all’autunno inoltrato, permette di alternare la visita per il centro a momenti di relax in spiaggia, godendo di un mare splendido con alle spalle un paesaggio naturale e storico indimenticabile.
Senza dimenticare la tradizione gastronomica che garantisce sia ottimi piatti a base di pesce che di carne. Buonissime sono le frittelle fatte con i fiori di zucca, il piccantino con la sardella di mare, le crespelle e molti altri prodotti tipici.
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Involtini di pesce spada alla calabrese

Involtini di pesce spada alla calabrese

Involtini di pesce spada alla calabrese

Involtini di pesce spada alla calabrese

Il pesce spada in Calabria e in modo particolare nelle zone della Costa Viola, trova infiniti utilizzi culinari. La pesca tradizionale del pesce spada o “pinocchio della Costa Viola” è un vero e proprio patrimonio culturale da tramandare e preservare.
Gli involtini sono stuzzicanti e semplici da cucinare.
Ingredienti:
800 gr di fette di pesce spada tagliate sottili
100 gr di pomodorini pachino
1 spicchio di aglio
Olio extra vergine di oliva
Un bicchiere di vino bianco
Peperoncino, prezzemolo tritato, sale
Per il ripieno:
200 gr di pangrattato
Prezzemolo tritato
10 gr di capperi dissalati  e 10 gr di olive verdi tritate
2 cucchiai di olio evo
1 cucchiaio di acqua per ammorbidire l’impasto
Pepe, sale

Preparazione:
In una ciotola unite il pangrattato con i capperi, le olive, il prezzemolo, il pepe nero, un pizzico di sale, l’olio e un cucchiaio di acqua. Amalgamate bene in modo da rendere il ripieno morbido e compatto.
Adagiate le fettine sottili di pesce spada private della pelle e stendete su di esse il ripieno. Chiudete ad involtino il pesce e bloccate le estremità con un paio di stecchini da tavola.
In una padella fate scaldare l’olio evo con l’aglio e poi aggiungete i pomodorini. Quando inizieranno ad appassire leggermente unite i capperi, le olive e gli involtini di pesce spada. Fate rosolare leggermente e aggiungete il vino bianco. Fate sfumare, continuate a rosolare da entrambe le parti il pesce e poi aggiungete il pepe e un pizzico di sale. La cottura è molto veloce e sarà ultimata quando sugli involtini sarà visibile una crosticina dorata. Spegnete il fuoco e spolverizzate con il prezzemolo.
Il consiglio è quello di aggiungere poco sale poiché i capperi sono già molto salati.

Caminia

Caminia

Caminia

Caminia. Foto di Fortunato Scopelliti

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Grotta di San Gregorio

Grotta di San Gregorio

 

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Caminia, una splendida località marina nel comune di Stalettì, in provincia di Catanzaro.
E’ una piccola insenatura racchiusa tra due scogliere, posta lungo l’antica via romana della Costa degli Aranci. La strada che conduce a Caminia regala uno dei paesaggi marini più belli della Calabria, grazie alle scogliere che con il verde della vegetazione si gettano sul mare, offrendo un contrasto di colori e di elementi spettacolare. La Costa degli Aranci da la collocazione ad altri luoghi, belli per il loro mare ma anche di importanza storica. A pochi chilometri da Caminia si trovano le Vasche di Cassiodoro e i resti della chiesa di San Martino, edificata sui terreni appartenenti alla villa di Cassiodoro e identificata come il luogo in cui sorse il Vivarium. Tra i resti della chiesa fu rinvenuto un sarcofago in pietra con iscrizione greca dell’VIII secolo che probabilmente accolse le spoglie di Cassiodoro.  Sempre a pochi chilometri dalla zona delle Vasche di Cassiodoro è possibile visitare i ruderi della Chiesa di Santa Maria del Mare e del catrum bizantino. A Copanello sorge una piccola ma bellissima località di mare, dalla sabbia sottile e dorata. Da Copanello, proseguendo per la statale 106 in direzione Crotone, si arriva dopo pochi minuti a Squillace e al parco archeologico della Roccelletta. Se invece si vuole proseguire in direzione Soverato, sempre sulla statale 106, si potranno visitare i centri storici di Davoli, Badolato, Sant’Andrea sullo Jonio.
Caminia è situata in un tratto costiero ricco di attrattive naturalistiche,storico-culturali ma anche di svago vacanziero. Una semplice giornata sulle spiaggia di Caminia può diventare un’occasione per scoprire le insenature e le piccole spiaggette o la Grotta di San Gregorio che secondo una leggenda locale accolse il corpo del santo, gettato in mare in una cassa di piombo che fu miracolosamente sospinta dalle mani degli angeli.

Insalata di stocco

Insalata di stocco

Insalata di stocco

Lo stocco è un alimento presente da secoli nella cucina calabrese e nelle ricette tipiche delle regione. Lo stocco si ottiene dai merluzzi essiccati, anticamente era considerato un piatto povero, oggi, per la sua riconoscibilità, è uno dei prodotti alimentari più importanti della Calabria.
Mammola, in provincia di Reggio Calabria, è famosa per la sapiente lavorazione di questo prodotto ittico. Documenti storici attestano che Mammola era già nel 700 apprezzata per la spugnatura dello stocco. La qualità del prodotto, probabilmente,  è dovuta all’acqua del luogo ricca di minerali.
Bella e da visitare è la tradizionale Sagra dello Stocco che si svolge ogni anno il 9 agosto nel Borgo Antico di Mammola, con la degustazione del pesce preparato nei vari modi tradizionali e servito in tegami di terracotta (tianeji), in un clima di festa folkloristica con canti e balli. L’evento per la sua tipicità è tra le più importati manifestazioni di gastronomia della Calabria e d’Italia.
Noi proponiamo una ricetta semplice ed ideale per le giornate calde. E’ un’insalata un po’ fuori dal comune, che utilizza lo stocco come ingrediente principale, accompagnato da altri ingredienti tipici calabresi come le olive nere infornate.

INGREDIENTI: 

-1 kg di Stocco di Mammola spugnato
-5 pomodori da insalata
-3 peperoni verdi
-Olive nere infornate o verdi
-1 Limone (solo il succo)
-Olio
-Prezzemolo
-Sale

PREPARAZIONE:

Per prima cosa tagliate i pomodori a spicchi, salateli e riponeteli in uno scolapasta in modo da far perdere il liquido in eccesso.
Fate sbollentare lo stocco di Mammola, scolatelo e fatelo raffreddare.
Quando lo stocco sarà freddo potrete spezzettarlo.
Preparate l’insalata aggiungendo allo stocco di Mammola i pomodori, il peperoni tagliati sottilmente, le olive, il limone, l’olio, il prezzemolo e il sale.
Attenzione: lo stocco potrebbe essere già molto salato, quindi prima di aggiungere altro sale, assaggiatelo.
L’insalata di Stocco è pronta per essere servita.