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Estate a Catanzaro

Estate a Catanzaro

I luoghi del U Teatru ammenzu 'a simana

I luoghi del U Teatru ammenzu ‘a simana


Riscopriamo il centro storico di Catanzaro con un cartellone di eventi tra teatro, arte, storia, tradizioni e cucina tipica.
Da mercoledì 8 luglio e per tutti i mercoledì del mese, Calabria Terra di Storie insieme alla compagnia Teatro Incanto e al gruppo storico Mirabilia parteciperà a “U teatru ammenzu ‘a simana”. Una manifestazione da non perdere, promossa da Teatro Incanto e realizzata con la partecipazione della nostra associazione e di quella di Mirabilia. E’ un esempio di buona collaborazione tra associazioni impegnate per la promozione del territorio, una buona occasione per dare vivacità alle tradizioni di Catanzaro, ai suoi spazi più belli e alle sue tradizioni più autentiche.
Ogni mercoledì di luglio, a partire dalle 19:30, Mirabilia aprirà la serata con le escursioni per i luoghi di “CATHACIUM, la città fortezza” e a seguire, alle ore 21:00, Teatro Incanto metterà in scena le sue commedie più belle. La chiusura delle serate sarà all’insegna della buona cucina con degustazioni tipiche.
Tutti gli appuntamenti si terranno presso il complesso monumentale del San Giovanni di Catanzaro.
“U Teatru ammenzu ‘a simana” apre il sipario nel cuore del centro storico mercoledì 8 luglio alle 19:30 con la prima escursione di Mirabilia che ci condurrà in un viaggio immaginario tra le mura del castello normanno di Catanzaro, facendoci rivivere la storia dei signori che lo dominarono, la sua fondazione e la sua caduta. Alle 21:00 Viva Catanzaro, una commedia in vernacolo, originale, ironica, con la quale Teatro Incanto ha saputo descrivere il capoluogo dalle origini mitologiche fino ai giorni nostri, senza tralasciare le sue molte virtù e inevitabili debolezze. Poi la degustazione del piatto tipico di Catanzaro, a cura del ristorante 21R: il Morzello.
L’estate a Catanzaro è teatro, storia, cucina tipica, tempo di qualità.
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Il Cedro di Calabria

Il Cedro di Calabria: un agrume unico e prezioso. Storia e ricetta

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Bocconotti

Cedro

Cedro

 

Il Cedro di Calabria: un agrume unico e prezioso. Storia e ricetta

I rabbini di tutto il mondo vengono in Calabria fra agosto e settembre per acquistare i cedri calabresi (coltivati nella Riviera dei Cedri), che utilizzeranno per la Sukkoth (festa delle capanne, ad ottobre), secondo quanto dettato dai testi sacri. Vengono acquistati solo i cedri perfetti, che vengono controllati nei minimi dettagli al momento della raccolta, addirittura guardandoli con la lente d’ingrandimento perché non ci sia alcun difetto.  I cedri da utilizzare nelle celebrazioni devono presentare delle caratteristiche ben precise: provenire da alberi cresciuti non da talea innestata e almeno al quarto anno di vita e possedere un peduncolo accentuato, una forma conica perfetta senza rugosità e senza macchie sulla buccia. I cedri calabresi sono tra i pochi al mondo a presentare le caratteristiche richieste e per assicurarseli i rabbini sono disposti ad offrire delle cifre altissime.
Riviera dei Cedri è il toponimo che identifica una fascia di territorio dell’ Alto Tirreno Cosentino in Calabria che comprende, tradizionalmente, anche una parte del territorio montano che si trova immediatamente a ridosso della zona costiera.
Il nome deriva dalla diffusa coltivazione del cedro liscio di Diamante.
Fanno parte della riviera 22 comuni compresi fra Tortora e Paola. Fra questi, per la produzione del cedro, spiccano Santa Maria del Cedro e Diamante oltre un certo numero di centri montani che mediamente distano dalla costa non più di qualche chilometro e quindi facilmente raggiungibili.
Il nome cedro, derivato dalla volgarizzazione dal latino citrus, è però ambiguo, in quanto coincide con la traduzione di cedrus, nome dato alla conifera (i famosi cedri del Libano che fornirono il legno per tante imbarcazioni nel mondo antico). Ecco perché in alcuni testi per l’agrume viene usato anche il termine citro.
La pianta è un arbusto che può raggiungere i 4 metri di altezza. I rametti giovani sono rossastri o violetti, con foglie lunghe fino a 20 cm. I fiori crescono in gruppi da tre a dodici e sono molto profumati; i boccioli sono rossastri, ma il fiore aperto è bianco. Il frutto è grande 20-30 cm, giallino, ovale o quasi rotondo, talvolta con una leggera protuberanza al peduncolo e un po’ appuntito dalla parte opposta. La buccia è molto ruvida ed eccezionalmente spessa.
Il cedro ha origini remote, conosciuta già al tempo degli Egizi, quattromila anni fa, da lì, secondo alcue fonti storiche, si diffuse nel mondo legandosi strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche. Conosciuto come Malus medica, o Malus felix o, ancora più semplicemente, come Citrus, il cedro è  originario della Media e della Persia, il territorio che corrisponde all’incirca all’attuale regione nord occidentale dell’Iran, a sud del Mar Caspio.
In Italia la conoscenza del cedro è molto antica. Fu classificato già da Plinio il vecchio nella Naturalis Historia col nome di “mela assira”. A quei tempi ancora non si usava il frutto come alimento; il suo utilizzo a tale scopo si sarebbe diffuso solo due secoli dopo. Era invece usato come repellente per gli insetti nocivi come le zanzare, in maniera analoga alla citronella.
Oggi, il cedro viene impiegato nell’industria alimentare per la preparazione di bibite analcoliche e frutta candita, ma la maggior parte ne viene consumata nell’industria farmaceutica per la produzione di olio essenziale.
Il periodo di raccolta dei frutti varia a seconda del loro utilizzo. I cedri per la Sukkoth si raccolgono in estate quando sono ancora verdi, mentre quelli destinati agli altri usi sono raccolti durante tutto il periodo autunnale quando la colorazione è più tendente al giallo dorato.
Quando all’inizio degli anni ’60 la Calabria ha iniziato a subire la forte concorrenza degli altri Paesi che producevano cedri meno pregiati, ma a un prezzo inferiore, l’economia del cedro, sulla quale si fondava quella dell’intera Riviera, ha retto proprio grazie alla domanda proveniente dalla comunità ebraica. Il progressivo ridimensionamento della produzione ha raggiunto i minimi storici intorno alla fine degli anni ’80, quando si è riusciti a invertire la tendenza, facendo riscoprire all’industria alimentare sia locale sia nazionale, la qualità di questo agrume. Attualmente sono diverse le pasticcerie e gelaterie calabresi che offrono specialità a base di cedro e le piccole industrie artigianali che producono liquori, sciroppi e cedrate.
Dal 2000 si è affiancato anche il Consorzio del Cedro di Calabria che si pone come obiettivi la tutela e la valorizzazione della varietà Liscio Diamante, tipica della Riviera dei Cedri. Il Consorzio ha sede a Santa Maria del Cedro, nel cui Castello medievale è stato creato un centro polivalente che ospita il Museo del Cedro, un Laboratorio del gusto ed anche una Cittadella industriale con annesso Centro ricerche su questo agrume. Attraverso la creazione di una filiera cedricola si vuole fare in modo che la trasformazione dell’agrume venga effettuata prevalentemente in loco, anziché altrove, in modo da riportare il cedro al centro dell’economia della Riviera.

Gli ebrei e il cedro

Gli ebrei lo conobbero durante il lungo soggiorno in Egitto, di circa quattrocento anni. Poi, durante l’Esodo, al tempo di Mosè divenne il Perì ‘etz adar. La diffusione nel Mediterraneo del cedro è probabilmente opera loro: ne sono prova diverse tracce archeologiche. Finita la cattività babilonese, molti ebrei continuarono a spostarsi nei vari territorio, diffondendo i loro usi e così si diffuse anche la coltivazione del cedro. Verso il III, II a.C., secondo il rabbino Toaff, Rabbino capo della Comunità Israelitica di Roma, gli ebrei, seguendo le rotte achee arrivarono nella penisola italica, presso le colonie di Metaponto, Sibari e Crotone sullo Jonio e Laos e Posidonia sul Tirreno. Il cedro è legato ad una delle cerimonie più importanti del calendario ebraico.
La festa del Sukkoth (Festa delle Capanne), celebrata intorno alla prima quindicina di ottobre, è nel suo originario carattere agricolo, la festa di fine raccolto, della gioia per il lavoro compiuto e per i frutti raccolti. Per una settimana gli ebrei, costruitasi una Capanna (sukkà) all’aperto, con materiali vegetali, non fissata al suolo e con un tetto che permetta loro di vedere il cielo, a ricordo dell’Esodo dall’Egitto, durante il passaggio nell’inospitale deserto, a memoria della protezione che Dio concesse al suo Popolo, devono abitarla.
Durante questi sette giorni, ad eccezione del sabato, devono agitare in ogni direzione un mazzetto, che tengono nella destra, composto da un ramo di palma dattifera (lulàv), due rami di salice di fiume (aravà) e tre rami di mirto (hadas), mentre recano, nella sinistra, un frutto di cedro (etrog). Tutto ciò secondo quanto prescritto nel Levitico “ora il quindici del settimo mese, quando avrete raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa al Signore per sette giorni… il primo giorno prenderete frutti dagli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni…Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che Io ho fatto dimorare gli Israeliti in capanne, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto…”.
Secondo una tradizione allegorica ogni elemento indicato per la festa, rappresenterebbe un peccato da cui fuggire: la palma, eretta e diritta, paragonabile alla colonna vertebrale umana rappresenterebbe il peccato dell’orgoglio che fa sollevare la testa; il mirto, le cui foglie ricordano l’occhio, simboleggerebbe quello della curiosità di chi si guarda attorno con invidia; il salice, la cui foglia, invece, ricorda una bocca, quello della maldicenza; mentre il cedro, con la sua forma che ricorderebbe un cuore, dovrebbe indurre a confessare i peccati compiuti. Al contrario, secondo una interpretazione del Talmùd i quattro elementi indicherebbero ciascuno una qualità di quattro diversi tipi umani: la palma , con il dattero che ha sapore, ma non odore, ricorderebbe chi alla saggezza non fa seguire le opere; il mirto, dal buon profumo, ma senza sapore, indicherebbe gli uomini che agiscono, ma senza saggezza; il salice, privo del profumo e del sapore, rappresenterebbe chi è privo sia di saggezza che di opere; ed infine, il nostro etrog, frutto dal buon odore e dal buon sapore, chi alla saggezza fa seguire opere altrettanto sagge.
Inoltre, la conoscenza del cedro presso il mondo greco in seguito all’arrivo di alcuni ebrei nel mondo ellenico già a partire dal VI a.C, ci permettono di fare un’ulteriore considerazione: la conoscenza di un frutto, considerato, dallo stesso Teofrasto, non commestibile, in una epoca così antica, in cui le fonti di sostentamento erano essenziali e primarie, la conoscenza precisa dei metodi di coltivazione di quest’agrume, ci inducono a sostenere che essa dovesse essere importante per altre ragioni. Vasto è inoltre l’uso letterario di questa pianta: sacra, esoterica, di un profumo ineffabile, struggente ed ammaliante. E’ citata settantadue volte nelle Sacre Scritture simbolo di alleanza. Tanto è preziosa questa pianta, agli occhi degli ebrei, da essere magnifica, da dover essere custodita gelosamente perché vicina a Dio per le sue altezze, per le sue imponenti e forti fronde, per i sui fusti che si innalzano al cielo liberi. Simbolo di un ricordo che dura tutta la storia di un popolo, quello d’Israele.
Come già detto, oggi il cedro è utilizzato sia come alimento che nell’industria farmaceutica.
Proponiamo la ricetta dei BoCCONOTTI, dolci tipici calabresi della zona del cosentino. Sono biscotti di pasta frolla farciti, nel nostro caso con la particolare marmellata di cedro.

 

Ingredienti per 40 bocconotti al cedro:

5 tuorli
150 g di zucchero
150 g di strutto (o burro)
100 cc di vermout
500 g di farina
1 bustina lievito
1 bustina vanillina

La scorza grattugiata di un limone
RIPIENO:
400 gr di marmellata di cedro

Preparazione:

Setacciate lievito e farina sulla spianatoia, formando la classica fontana.  Aggiungete lo zucchero, la scorza del limone grattugiata e le uova, il burro o lo strutto, poi aggiungete un po’ di vermout per arrivare alla consistenza della pasta frolla.
Formate una palla che sarà avvolta nella pellicola per alimenti e riposta in frigo per qualche ora.
Passato il tempo di posa, stendete la pasta con il mattarello allo spessore di 3 – 5 mm. Tagliate dei dischi di circa 5 – 8 centimetri e usateli per rivestire degli stampi per tartellette precedentemente imburrati. Farcite con un  cucchiaino di marmellata di cedro, mettete sopra un altro disco e sigillate i bordi. Pennellate i biscottini con il tuorlo rimasto e infornate per 20 minuti a 180°.

 

Albero del cedro

Albero del cedro

Raccolta dei cedri

Raccolta dei cedri

 

 

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino  

Le melanzane in Calabria si prestano a molteplici usi culinari. Sono dette “melangiane” “luminciane” in base alla zona di riferimento che determina anche le varianti nelle ricette. Tipico ingrediente estivo, in inverno sono ugualmente presenti sulle tavole dei calabresi grazie alle conserve preparate a settembre. Buonissime sono le melanzane sott’olio, utilizzate come antipasto e stuzzichino sfizioso. Noi, proponiamo le melanzane fritte a panino, una ricetta veloce e molto semplice, fatta con pochi ingredienti ma di ottima qualità.

Ingredienti per la melanzane fritte a panino:
- Melanzane lunghe tagliate a fette tonde di circa 1cm
- Farina
- 1 uovo
- Pangrattato
- Sale
- Olio per friggere
Per il ripieno:
- Prosciutto cotto
- Provola silana
A scelta: qualche filetto di acciughe sott’olio

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Preparazione delle melanzane fritte a panino:
Tagliare le melanzane a fette rotonde dello spessore di qualche centimetro e spolverizzarle con il sale. Lasciare le fette a sgocciolare in uno scolapasta per un’ora.
Disporre su di un piano la prima fetta di melanzana e farcirla con una fettina sottile di provola silana, prosciutto cotto e a scelta il filetto di acciuga sott’olio. Chiudere la farcitura con una seconda fetta di melanzana, così da creare una sorta di panino.
Infarinare la superficie delle melanzane e poi bagnarle nell’uovo sbattuto. Dopo questo passaggio le melanzane saranno impanate con il pangrattato.
In una padella versare l’olio e quando sarà caldo immergere le melanzane per la frittura.
Saranno pronte in pochi minuti, non appena il pangrattato sarà ben dorato. Togliete le melanzane fritte a panino dal fuoco e lasciatele asciugare su un foglio di carta assorbente.
Un’altra buona ricetta calabrese è pronta per essere servita!!!

Roccella Jonica

Roccella Jonica

Veduta di Roccella Jonica dal castello

Veduta di Roccella Jonica dal castello

Roccella Jonica

Roccella Jonica è situato lungo la Costa dei Gelsomini, la riviera bagnata dal mar Jonio e più a sud della Calabria. Il nome della costa trae origine dalla coltivazione del fiore di gelsomino che qui veniva raccolto dalle donne, le gelsominaie, e poi venduto in Francia per la produzione di essenze profumate. Questa costa si caratterizza per le distese sabbiose intervallate da alte rocce che si gettano a picco sul mare, regalando un contrasto di colori tipico della macchia mediterranea. A rocce floride e verdi, si alternano alture brulle ed imponenti. Questo tratto calabrese offre l’opportunità di effettuare numerosi itinerari naturalistici e storico-culturali. Lungo la Costa dei Gelsomini, oltre a Roccella Jonica, si trovano infatti, altri siti di interesse dello Jonio reggino, facilmente raggiungibili perché in successione.
Roccella jonica è un comune risalente alla Magna Grecia, era l’antica località di Amphisya ricordata nei poemi del poeta Ovidio. Nel X secolo il paese si chiamava già Rupella, poi Arocella, fino all’attuale nome di “Roccella” a causa della sua localizzazione sulla rocca, che oggi conserva i resti del castello medievale e della torre.
Come molti centri della costa jonica prossimi al mare, Roccella, subì gli attacchi dei Saraceni. Dal XIV secolo e fino alla metà del XV fu feudo dei conti Ruffo di Catanzaro per poi  passare di mano in mano ad altri feudatari, come i Carafa, fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
Col decreto del 4 maggio 1811, Roccella divenne capoluogo di Circondario comprendente i Comuni di Gioiosa e Castelvetere. Nel 1816 diveniva Comune nel Circondario di Castelvetere.

Oggi, percorrendo la Statale 106 in cui si snodano altri siti di interesse come Kaulon, Riace, Stignano, Stilo, si arriva a Roccella Jonica e proseguendo, si giunge fino a Locri con il suo interessante parco archeologico.

A Roccella Jonica sono presenti i resti del castello medioevale, situato su una roccia imponente che domina l’intero comune. Fondato in periodo normanno da Gualtieri De Collepietro, successivamente la proprietà passò alla famiglia Ruffo per diverse generazioni, poi a Galeotto Baldax.
Numerosi sono i ruderi del nobile palazzo, conservante un magnifico portale litico, sormontato dallo stemma, in pietra calcarea ed eroso dal tempo, dei principi Carafa della Spina. Superato il portale d’ingresso (un tempo ponte levatoio) l’attenzione è attratta da un balcone monumentale con mensole scolpite e figurate (mascheroni).
Il palazzo è arricchito al suo interno da un cortiletto, in selciato, con otto canali a forma di stella. Dal cortile si accede, tramite la scala principale, ai piani superiori, dove c’erano gli appartamenti privati dei principi, mentre a pianterreno si accede ai locali destinati a vari usi (cucine, magazzini, ecc). All’interno del cortile si può vedere un pozzo incassato nella parete e, lungo la stessa, la porticina d’ingresso all’elegante scala a chiocciola, in pietra calcarea.
Attigua all’edificio è la Chiesa Matrice di S. Nicola di Bari, in stile jonico barocco. La chiesa è contigua al palazzo dei Principi Carafa, e la nobile famiglia attraverso un coretto, oggi distrutto, accedeva direttamente all’interno dell’edificio sacro.

Sorprendente per la sua collocazione, incastonata tra le rocce è la chiesa di Maria S.S. delle Grazie. Qui, nella piccola pianura che ospita la chiesetta del 1545, le colline che la proteggono, ricoperte da zone verdeggianti, si alternano a caratteristici tratti rocciosi, che creano una visione paesaggistica d’insieme molto suggestiva. Oasi di pace che regala una vista suggestiva verso la Torre di guardia di origine medievale che costituisce, insieme al recinto murario, il nucleo più antico dell’intero complesso del Castello dei Principi Carafa della Spina.
L’origine antica di Roccella Jonica è testimoniata dalle due alte colonne monolitiche in porfido egiziano, attendibilmente destinate ad un Tempio pagano rimasto inedificato sono state rinvenute in zona Castellace – Melissari, dove probabilmente aveva sede l’antico ”Portus Auxonius” meglio conosciuto come il ”Porto di Maccapè”. Attualmente le due colonne si trovano erette tra il lungomare e la Piazza S. Vittorio, dove furono sistemate nell’aprile del 1985.
Altro interessante sito, tra i molti presenti, è il Convento dei Minimi di San Francesco da Paola.
Da un atto notarile del 1590 risulta che l’amministrazione pubblica aveva deliberato di costruire a favore dei Minimi il Convento, presso la Chiesa di San Vittorio, che già legittimamente possedevano per decreto dei vescovi geracesi, imponendo la condizione che la Chiesa continuasse a conservare il titolo di San Vittorio.
Il Convento venne soppresso nel 1814, con la legge che ha soppresso la maggior parte degli istituti religiosi, e adibito a sede municipale, quale è stato fino a poco tempo fa.
Attualmente la struttura ospita la Facoltà di Scienze Infermieristiche e la Segreteria Studenti dell’Università Magna Graecia, di Catanzaro.
Inoltre è sede di numerose manifestazioni culturali, artistiche, ecc. e di importanti convegni, anche di carattere internazionale.
Poi non si può non considerare la lunghissima spiaggia e il mare. La temperatura tiepida fino all’autunno inoltrato, permette di alternare la visita per il centro a momenti di relax in spiaggia, godendo di un mare splendido con alle spalle un paesaggio naturale e storico indimenticabile.
Senza dimenticare la tradizione gastronomica che garantisce sia ottimi piatti a base di pesce che di carne. Buonissime sono le frittelle fatte con i fiori di zucca, il piccantino con la sardella di mare, le crespelle e molti altri prodotti tipici.
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Soverato

Soverato

Soverato

Soverato è una splendida località situata nella parte sud del Golfo di Squillace. Bagnata dal mar Jonio, sviluppa il suo centro vitale nella zona della costa, totalmente incorniciata dal lungomare che regala una vista su una spiaggia dorata vastissima e splendida.

Nella parte superiore sono ancora visibili i resti di Soverato antica, danneggiata dal  terremoto del 1783 e poi abbandonata della popolazione  che la utilizzò come cava di materiali per la costruzione del nuovo villaggio sull’altura vicina. Di quell’antico centro si possono ancora ammirare alcuni tratti delle mura di cinta, i resti del fortilizio baronale, la chiesa Matrice e di Santa Caterina Martire, le viuzze, le abitazioni.

E’ una città dalle origini antiche, culla di popoli che sbarcarono lungo la sua costa e scena di avvenimenti passati. Qui si insediarono i Siculi come testimoniano i ritrovamenti di alcune tombe lungo la costa e poi i greci che fondarono il villaggio di Poliporto, che conserva i  cui resti di alcuni magazzini, di età romana però,  riaffiorati in seguito alle numerose mareggiate invernali.

Nell’Alto Medioevo avvenne il trasferimento degli abitati sui colli, accelerato dal IX secolo per le incursioni saracene.. Poliporto divenne Suberatum, o, nelle fonti greche, Souberaton. Dopo i secoli bizantini (553-1060), il dominio normanno fondò il Regno di Sicilia, di cui venne incoronato nel 1130 sovrano Ruggero II. Soverato fu parte della contea normanna di Squillace, la cui sede passò a Catanzaro sotto gli Svevi (1191 – 1266), gli Angioini (1266 – 1442) e Aragonesi, che nel 1503 cedettero al ramo spagnolo.

Oggi Soverato è una splendida località sul mare, capace di offrire tutto l’anno spunti per itinerari ed esperienze naturalistiche e culturali. Ha una posizione centrale che garantisce la vicinanza con altri luoghi di interesse. Passare una giornata o una vacanza a Soverato vuol dire farsi cullare dal mare, gustare i sapori della Calabria e immergersi in storie antiche che ancora hanno tanto da raccontare.

La nostra giornata a Soverato è passata velocemente tra i vicoletti del centro, le sue chiese e architetture, il mare e un pranzo tipico buonissimo. Se pranzate a Soverato, chiedete di assaggiare la frittura di pesce del posto, vi porteranno i “surici” (pesce pettine) e poi tante altre specialità.

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Straccetti piccanti di pizza fritta

Straccetti piccanti di pizza fritta

pizza fritta

Durante una cena con gli amici a Reggio Calabria abbiamo assaggiato gli straccetti piccanti di pizza fritta profumati al rosmarino. Sono buoni ma anche semplici da preparare a casa.
E’ un’idea gustosa per uno stuzzichino che sa di Calabria e profuma di Mediterraneo. Gli straccetti piccanti di pizza fritta sono insaporiti con il peperoncino piccante pestato e il profumatissimo rosmarino.
Il peperoncino piccante pestato si ricava dai peperoncini che ancora freschi vengono lasciati essiccare sotto il sole, cuciti tra di loro dal peduncolo. Non è un caso che molti balconi, verande o tettoie in Calabria siano adornati da lunghe trecce di peperoncini rossi piccanti.
Ricetta degli straccetti piccanti di pizza fritta.
Ingredienti:

-        Pasta per pizza già fatta
-        Olio per friggere
-        Sale
-        Rosmarino
-        Peperoncino piccante pestato

Preparazione:

Stendete con il mattarello la pasta per la pizza molto sottilmente, deve essere spessa meno di un centimetro, poi tagliatela a straccetti.
Quando l’olio sarà caldo immergete gli straccetti di pizza e friggeteli fino a quando risulteranno dorati e croccanti.
Disponeteli sulla carta assorbente in modo da eliminare l’olio in eccesso e poi insaporite con un pizzico di sale, peperoncino piccante pestato e rosmarino nella quantità desiderata.

Per chi desidera fare la pasta della pizza in casa, ecco le dosi e le modalità per la preparazione:
-500 grammi di farina tipo 00
-5 cucchiai di olio extra vergine d’oliva
-25 grammi di lievito di birra
-un cucchiaino di zucchero
-sale
-acqua
Sbriciolate il lievito in 100 grammi di acqua tiepida con lo zucchero. Disponete la farina a fontana sulla spianatoia e versate al centro il lievito sciolto, l’olio e un pizzico di sale fino. Amalgamate il tutto fino ad ottenere un impasto elastico ed omogeneo. Formate una palla che riporrete in un recipiente coperto da un panno. Fate lievitare l’impasto per due ore e poi stendetelo per la preparazione della pizza.

Maccheroni alla stilusa

Maccheroni alla stilusa

I maccheroni calabresi fatti in casa

I maccheroni calabresi fatti in casa

Maccheroni alla stilusa

Maccheroni alla stilusa

Una ricetta semplice,  della tradizione culinaria calabrese più autentica.

Abbiamo assaggiato i maccheroni alla stilusa “ maccarruni ala stilusa” durante una visita con i nostri associati a Stilo, riscoprendo i sapori delle cucina di casa e dei piccoli accorgimenti per rendere gli ingredienti semplici sfiziosi. Il piatto è stato consigliato da Mario, chef del ristorante “da Mario”, che oltre a questa pasta buonissima, ci ha fatto assaggiare il suo ragù alla calabrese e tante altre specialità tipiche, come le zeppole con le alici. La signora Luciana, titolare del ristorante, ci ha raccontato le origini dei maccheroni alla stilusa, regalandoci le suggestioni della vita di un tempo, quando nelle case dei calabresi non mancavano mai le conserve lavorate in estate e consumate durante il periodo invernale. Con la mente abbiamo immaginato i cortili colorati dai pomodori ciliegia messi ad essiccare, le mensole dei balconi occupati dalle olive nere che sotto il sole venivano fatte asciugare per poi essere infornate, i peperoncini appesi sui balconi e così belli da essere elementi ornamentali. E poi la preparazione dei maccheroni fatti in casa, un vero e proprio rito di socialità che riuniva tutte le donne della famiglia intente ad eseguire e tramandare gesti antichi e laboriosi.
I maccheroni “maccaruni” sono un formato di pasta tipica della Calabria. Sono impastati con acqua e farina e poi “scilati” strofinati intorno ad un sottilissimo ramo secco per raggiungere la caratteristica forma allungata e semi aperta. Lasciati ad asciugare su una tovaglia in cotone infarinata, vengono poi cotti e conditi con i sughi tipici calabresi.
I maccheroni alla stilusa “maccarruni ala stilusa” sono conditi con le sarde salate, i pomodorini, le olive nere infornate e spolverizzati con il pan grattato e la ricotta salata. Gli ingredienti sono quelli presenti nelle dispense calabresi di un tempo, quando a tavola si serviva il pesce azzurro pescato lungo le chilometriche coste della regione e poi conservato sotto sale.
La preparazione del sugo è veloce, ma il risultato è gustoso e molto particolare.

Ingredienti per 4 persone dei maccheroni alla stilusa:

4 filetti di sarde salate
2 spicchi di aglio
500 gr di pomodorini ciliegia
100 gr di olive nere infornate
4 cucchiai di pane grattugiato
Ricotta affumicata grattugiata
Olio, sale, peperoncino, prezzemolo q.b.

Preparazione:

In una padella versate l’olio e soffriggete l’aglio con il peperoncino. Aggiungete le sarde salate che precedentemente avrete sciacquato in acqua corrente. Soffriggete velocemente e aggiungete i pomodorini affettatati. Fateli leggermente consumare e aggiungete le olive nere. Fate insaporire il tutto a fuoco vivo per qualche istante.
Quando i maccheroni saranno cotti, saltateli nel sugo aggiungendo il pane grattugiato. Saltate a fuoco vivo in modo da rendere il pane croccante. Impiattate e spolverizzate con la ricotta affumicata.
Si consiglia di salare pochissimo l’acqua della pasta perché gli ingredienti del condimento sono già molto salati.

 

 

 

 

Insalata di stocco

Insalata di stocco

Insalata di stocco

Lo stocco è un alimento presente da secoli nella cucina calabrese e nelle ricette tipiche delle regione. Lo stocco si ottiene dai merluzzi essiccati, anticamente era considerato un piatto povero, oggi, per la sua riconoscibilità, è uno dei prodotti alimentari più importanti della Calabria.
Mammola, in provincia di Reggio Calabria, è famosa per la sapiente lavorazione di questo prodotto ittico. Documenti storici attestano che Mammola era già nel 700 apprezzata per la spugnatura dello stocco. La qualità del prodotto, probabilmente,  è dovuta all’acqua del luogo ricca di minerali.
Bella e da visitare è la tradizionale Sagra dello Stocco che si svolge ogni anno il 9 agosto nel Borgo Antico di Mammola, con la degustazione del pesce preparato nei vari modi tradizionali e servito in tegami di terracotta (tianeji), in un clima di festa folkloristica con canti e balli. L’evento per la sua tipicità è tra le più importati manifestazioni di gastronomia della Calabria e d’Italia.
Noi proponiamo una ricetta semplice ed ideale per le giornate calde. E’ un’insalata un po’ fuori dal comune, che utilizza lo stocco come ingrediente principale, accompagnato da altri ingredienti tipici calabresi come le olive nere infornate.

INGREDIENTI: 

-1 kg di Stocco di Mammola spugnato
-5 pomodori da insalata
-3 peperoni verdi
-Olive nere infornate o verdi
-1 Limone (solo il succo)
-Olio
-Prezzemolo
-Sale

PREPARAZIONE:

Per prima cosa tagliate i pomodori a spicchi, salateli e riponeteli in uno scolapasta in modo da far perdere il liquido in eccesso.
Fate sbollentare lo stocco di Mammola, scolatelo e fatelo raffreddare.
Quando lo stocco sarà freddo potrete spezzettarlo.
Preparate l’insalata aggiungendo allo stocco di Mammola i pomodori, il peperoni tagliati sottilmente, le olive, il limone, l’olio, il prezzemolo e il sale.
Attenzione: lo stocco potrebbe essere già molto salato, quindi prima di aggiungere altro sale, assaggiatelo.
L’insalata di Stocco è pronta per essere servita.

Rocca Imperiale

Rocca Imperiale

rocca-imperiale veduta

Veduta del Castello Svevo di Rocca Imperiale

Veduta del Castello Svevo di Rocca Imperiale

Particolare del Castello di Rocca Imperiale

Particolare del Castello di Rocca Imperiale

Interno del Castello di Rocca Imperiale

Interno del Castello di Rocca Imperiale

Zona marina di Rocca Imperiale

Zona marina di Rocca Imperiale

I limoni IGP di Rocca Imperiale

I limoni IGP di Rocca Imperiale

Rocca Imperiale è un paesino della provincia di Cosenza, arroccato su una colle che dall’alto ammira il mar Jonio che bagna la sua zona marina.
Bellissimo è  Il Castello Svevo, posto sulla sommità del colle che abbraccia il centro storico di Rocca Imperiale che, con le sue abitazioni caratteristicamente disposte a gradini, si presenta come un borgo dall’aspetto caratteristico  e pittoresco, specie di notte quando è illuminato.
La fortezza, costruita a partire dal 1221, è ubicata a circa 200 metri sul livello del mare e venne fatta costruire per disposizione di Federico II di Svevia in un luogo di estrema importanza dal punto di vista militare e strategico in quando vista l’ubicazione in altura, serviva da torre di guardia per il controllo della strada che ancora oggi costeggia il mar Jonio.
In seguito alla costruzione della fortezza, si sviluppò anche un fiorente centro abitato nel quale convogliarono le genti di territori vicini.
Da visitare è, poi, il monastero costruito nel 1562 con la sua imponente chiesa.
La zona marina di Rocca Imperiale dista solo 4 Km dal centro storico. La lunga spiaggia dorata oltre ad essere un luogo di attrazione turistica, regala ai visitatori un ulteriore salto nella storia grazie alla Torre di Guardia del XVI secolo e l’imponente Magazzino fatto costruire nel XVII secolo dal duca Fabio Crivelli a testimonianza della passata importanza commerciale e culturale del posto. Il mar Jonio e le sue acqua cristalline sono i protagonisti indiscussi della zona marina.
Per il settore agroalimentare calabrese è importante il limone coltivato in queste terre. Esso per le sue caratteristiche inconfondibili, il profumo intenso, la ricchezza del succo e il colore giallo vivace ha ottenuto il marchio IGP. Succosi ma anche belli, i limoni di Rocca Imperiale non sono utilizzati solamente in cucina e nella cosmesi ma anche come ornamento per le vetrine e i tavoli espositivi delle fiere del paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

Spaghetti al pesce spada e olive nere infornate

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Spaghetti al pesce spada e olive nere infornate

ll pesce spada è un alimento cardine nella cucina calabrese ed in particolare della provincia di Reggio Calabria.
Questo tipo di pesce è richiesto non solo per la sua qualità ma anche per la capacità di essere valorizzato nelle preparazioni tipiche. Il pinocchio della Costa Viola, così viene definito in Calabria, è uno dei protagonisti della cucina tradizionale.
La pesca del pesce spada è ancora eseguita con tecniche antiche, considerate dei veri e propri monumenti culturali di folklore e di storia. Le imbarcazioni utilizzate sono chiamate “spatare” e sono dirette dal timoniere o “avvistatore” che in bilico su di un alto pennone avvisa il fiocinatore o “u lanzaturi” di prendere la mira e arpionare con “u ferru” il pesce spada appena avvistato.
Le prime testimonianze di questa antica tecnica di pesca sono raccontate da Archestrato di Gela, vissuto nel IV secolo a.C.. Il poeta narra che anticamente proprio dalle sponde reggine della Costa Viola partivano i pesce spada per Atene, pescati con le tecniche ancora oggi in uso ed introdotte dai fenici.
La sagra del pesce spada si tiene la seconda domenica di luglio a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria.
La ricetta che proponiamo è fatta con i migliori prodotti calabresi. Oltre al pesce spada, ci sono le olive nere infornate che rappresentano le tipiche conserve presenti nelle dispense casalinghe, i pomodori che sotto il sole caldo del meridione diventano maturi e dolcissimi e la cipolla di Tropea, un gioiello gastronomico calabrese ormai conosciuto in tutto il mondo.

Spaghetti al pesce spada e olive nere infornate

Ingredienti per quattro persone:

4 tranci di pesce spada
1/4 di cipolla rossa di Tropea
olive nere
10 pomodorini ciliegino
olio evo qb
sale qb
origano qb

Preparazione:
In una padella versate un filo d’olio e fate appassire la cipolla tritata finemente. Aggiungete le olive.
Dopo qualche minuto aggiungete i pomodorini tagliati a metà, un pizzico di origano e lasciateli appassire per qualche minuto.
Infine adagiate il  pesce spada tagliato a dadini, aggiungete un pizzico di sale e fatelo cuocere, aggiungete il sale e proseguite la cottura.
Intanto fate cuocere gli spaghetti.
Quando gli spaghetti saranno al dente, saltateli nel sugo e serviteli ancora caldi.

spaghetti con pesce spada