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Soverato

Soverato

Soverato

Soverato è una splendida località situata nella parte sud del Golfo di Squillace. Bagnata dal mar Jonio, sviluppa il suo centro vitale nella zona della costa, totalmente incorniciata dal lungomare che regala una vista su una spiaggia dorata vastissima e splendida.

Nella parte superiore sono ancora visibili i resti di Soverato antica, danneggiata dal  terremoto del 1783 e poi abbandonata della popolazione  che la utilizzò come cava di materiali per la costruzione del nuovo villaggio sull’altura vicina. Di quell’antico centro si possono ancora ammirare alcuni tratti delle mura di cinta, i resti del fortilizio baronale, la chiesa Matrice e di Santa Caterina Martire, le viuzze, le abitazioni.

E’ una città dalle origini antiche, culla di popoli che sbarcarono lungo la sua costa e scena di avvenimenti passati. Qui si insediarono i Siculi come testimoniano i ritrovamenti di alcune tombe lungo la costa e poi i greci che fondarono il villaggio di Poliporto, che conserva i  cui resti di alcuni magazzini, di età romana però,  riaffiorati in seguito alle numerose mareggiate invernali.

Nell’Alto Medioevo avvenne il trasferimento degli abitati sui colli, accelerato dal IX secolo per le incursioni saracene.. Poliporto divenne Suberatum, o, nelle fonti greche, Souberaton. Dopo i secoli bizantini (553-1060), il dominio normanno fondò il Regno di Sicilia, di cui venne incoronato nel 1130 sovrano Ruggero II. Soverato fu parte della contea normanna di Squillace, la cui sede passò a Catanzaro sotto gli Svevi (1191 – 1266), gli Angioini (1266 – 1442) e Aragonesi, che nel 1503 cedettero al ramo spagnolo.

Oggi Soverato è una splendida località sul mare, capace di offrire tutto l’anno spunti per itinerari ed esperienze naturalistiche e culturali. Ha una posizione centrale che garantisce la vicinanza con altri luoghi di interesse. Passare una giornata o una vacanza a Soverato vuol dire farsi cullare dal mare, gustare i sapori della Calabria e immergersi in storie antiche che ancora hanno tanto da raccontare.

La nostra giornata a Soverato è passata velocemente tra i vicoletti del centro, le sue chiese e architetture, il mare e un pranzo tipico buonissimo. Se pranzate a Soverato, chiedete di assaggiare la frittura di pesce del posto, vi porteranno i “surici” (pesce pettine) e poi tante altre specialità.

soverato spiaggia

Scilla

Scilla

Veduta di Chianalea dal Castello Ruffo

Veduta di Chianalea dal Castello Ruffo

Il Castello Ruffo di Scilla

Il Castello Ruffo di Scilla

Particolare del borgo di Chianalea

Particolare del borgo di Chianalea

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Scilla, mostro mitologico bello da perdere il fiato.

Un borgo sul mare bellissimo e romantico, dalla natura selvaggia e spettacolare. Da Scilla lo sguardo si perde nelle sue meraviglie, fino ad abbracciare la Sicilia che scorge nitida e vicina.

Un luogo così bello da essere impresso nei racconti più remoti che costituirono il pensiero e l’immaginario antico e poi moderno.

Fu descritta come un mostro dal busto e dal capo femminili, sui fianchi appena coperti dalle acque aveva attaccati come serpenti le teste di sei terribili cani che urlavano e latravano senza sosta. Così fu condannata ad essere sfigurata per gelosia la bellissima Scilla, figlia di Forco e della ninfa Crateide. L’amore di Scilla per Glauco, figlio di Poseidone, fu per la giovane motivo di gioia e poi di disperato dolore. Glauco era infatti il prediletto della maga Circe, che non sopportando l’amore dei due giovani, si vendicò di Scilla trasfigurandola in un orrenda creatura marina, con l’aiuto di una malefica pozione che gettò sulle rive del mare dove la giovane era solita bagnarsi. Quando Scilla si immerse nelle acque del mare, vide il suo bacino trasformarsi in tante teste di lupi e cani. Trasfigurata in un essere tanto orrendo, la sventurata si gettò nel mare e andò a vivere nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava anche Cariddi. Il dolore e la disperazione divennero rabbia che Scilla sfogava con urla disumane, divorando le barche che navigavano nelle sue prossimità. Anche Omero raccontò la vicenda di Scilla nell’Odissea.

Ma ritornando ai nostri giorni, Scilla è una bellissima località turistica e balneare poco a nord di Reggio Calabria. Costituisce uno tra i borghi più belli e caratteristici d’Italia, meta di artisti in ogni epoca e di ogni nazionalità e frequentatissima meta estiva. Di origine antichissima, in greco antico il suo nome era Skylla o Skyllaion, in latino Scylla, dunque il nome di Scilla potrebbe probabilmente significare “scoglio”. E’ nota per il suo mare cristallino e per Chianalea, il bellissimo borgo dei pescatori che si specchia nelle acque dello Ionio. Il castello Ruffo domina dal promontorio Scilleo, regalando maestosità ad una natura bellissima e selvaggia.

Antica Kaulon

L’antica Kaulon

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L’antica Kaulon racconta di un tempo in cui gli uomini cercavano di comunicare con il sacro, costruendo un legame di devozioni attraverso i riti e i magnifici templi. Tutto riconduceva ad una dimensione di sacralità, il mare era sacro non solo come elemento del cosmo ma anche come testimonianza dell’impeto e della benevolenza delle divinità, così come l’aria, la terra e il fuoco. Percorrendo il sentiero che conduce al tempio dorico e all’area sacra, bisogna avere l’attenzione di ascoltare i rumori del vento e del mare che raccontano di cerimonie accorate, profumate dall’incenso votivo e rese radiose dai ceri devozionali. Il tempio che al culmine della cerimonia diveniva il luogo più importante della città, sorgeva a picco sul mare per illuminare e benedire questo portatore di vita ma anche di morte. Facendosi trasportare da queste suggestioni, il visitatore può entrare in contatto con il mondo dell’antica Kaulon che in Calabria resiste ancora  con il suo cuore di tradizioni profonde.

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I resti di Kaulon sono i custodi di Monasterace, comune in provincia di Reggio Calabria.
Secondo una tradizione, più leggendaria che reale, il nome Kaulonia deriverebbe dal suo fondatore, l’eroe Kaulo, figlio dell’amazzone Clete.
Molti, studiando il significato del termine, lo riconducono ad “aulonia” che vuol dire vallata.
Oscura è anche la sua fondazione. Si pensa che Kaulon nacque come colonia fondata dagli Achei, sotto la guida di Tifone di Aegion e poi ricolonizzata da Crotone intorno al 675-650 a.C., secondo altre ipotesi si tratterebbe di una sub colonia di Crotone.
Dai ritrovamenti archeologici è però emerso che il periodo più fiorente per questa città fu sotto l’influenza crotoniana, nel VI sec. a.C.. A questo periodo risale la partecipazione di Kaulon, alleata di Crotone, alla battaglia condotta sul fiume Sagra contro i Locresi. La collocazione geografica di questa battaglia è incerta, poiché tale fiume non è stato ancora identificato con precisione, ma probabilmente dovrebbe trattarsi del fiume Torbido in provincia di Reggio Calabria, o dell’Allaro che attraversa la bella Vallata dello Stilaro Allaro.
La colonia, abitata dal momento della sua fondazione da 10.000 persone, venne conquistata e distrutta da Dioniso I nel 389 a.C.; gli abitanti furono deportati a Siracusa e il territorio passò sotto il dominio di Locri. Ricostruita da Dioniso II nel corso del III secolo, venne presa dai Romani nel 205 a.C. perdendo la sua importanza a riducendosi ad una semplice statio, nota come Stilida o Caulona, posta lungo la strategica strada jonica tra Taranto e Reggio.
L’identificazione del sito e i primi scavi archeologici avvennero per mano di Paolo Orsi all’inizio del 900. Orsi, partendo dalla collina dove attualmente sorge il faro militare, ricostruì il centro urbano di Kaulon, all’origine circondato da mura e posto, come consuetudine per quell’epoca, sul livello del mare. Il centro abitato trovava il suo fulcro nella zone del tempio dorico, di cui sono visibili il basamento e la gradinata monumentale.
Nella zona che circondava il tempio, posto su di una collina a picco sul mare, sono state ritrovate piccole aree di devozione anche più antiche della fondazione del tempio, edificato tra il 430 e il 420 a. C.. Dopo la distruzione della città per mano di Dioniso I, l’area sacra venne prima abbandonata e poi occupata da strutture di carattere vario. Se pur ancora non si conosce con certezza la divinità a cui era dedicato, una grande fossa votiva rettangolare, ritrovata ai piedi della scalinata, con all’interno hydriai e anforette intenzionalmente forate sul fondo a scopo rituale, porta a supporre la frequenza di riti legati alla sfera femminile sacra ad Hera e Artemide.
Fanno parte dell’assetto urbano le abitazioni riemerse,come: la Casa del Drago nella quale venne rinvenuto il famoso mosaico policromo raffigurate un drago marino del III sec. A.C., e il vasto edificio della Casa Matta.
Quest’ultimo, nato come struttura in parte residenziale e in parte pubblica, interessante per il suo ambiente termale, venne trasformato dai bretti in un santuario per il culto di una divinità femminile ancora incerta.
Alla fase tardo-ellenistica risalgono gli ambienti termali ritrovati nel settore nord-orientale del sito.
In più parti dell’antica Kaulon sono state ritrovate significative testimonianze di attività metallurgiche e resti di lavorazione di oggetti in ferro e bronzo. Kaulon, possedendo i ricchi giacimenti di ferro di Stilo e Pazzano, nonché modeste quantità di rame e argento di Bovongi, era territorio ambito per Crotone e Locri, perciò capiamo come le più cruente lotte avessero l’interesse della conquista di queste fonti di ricchezza.
Altre zone sacre furono ritrovate nella collina del faro militare e lungo i confini locresi.
Quello che oggi rimane dell’antica Kaulon è una vallata che a picco sul mare, racconta di civiltà che hanno segnato il cammino della Calabria odierna, e che merita cura e tutela. I visitatori non possono rimanere indifferenti alla bellezza del verde della vegetazione che, come solo la natura sa fare, contrasta con l’azzurro del mare Jonio, rendendo armonioso questo vortice di colori che tra loro cercano di prevalere, catturando lo sguardo.Anfora. Muse archeologico di Monasterace

Copertura di un tetto. Museo archeologico di Monasterace

Copertura di un tetto. Museo archeologico di Monasterace

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Capo Colonna

Capo Colonna

colonna e faro

Capo Colonna, anticamente conosciuto con il nome di Lacionion, è il promontorio che determina il limite occidentale del golfo di Taranto, dove sorgeva il  tempio dedicato ad Hera Lacinia. La sua importanza risiede nella quantità di elementi storici che sono legati a questa punta di terra protesa sullo Jonio.
La crescita di Capo Colonna è legata alla storia della colonia greca di Kroton, l’odierna Crotone, fondata alla fine dell’VIII secolo a.C. da un gruppo di Achei guidati da Miscello, condottiero appartenente ad una famiglia di nobile estrazione che vantava di avere come capostipite Eracle, il quale ricevette l’ordine dall’oracolo di Delfi di fondare una colonia presso il fiume Esaro, tra il Capo Lacinio e la sacra Krimisa (l’odierna Punta Alice). Il volere del dio Apollo fu realizzato e ricordato nei secoli dalle monete, ritrovare nell’area, riportanti l’incisione del tripode delfico. Nella colonia il culto religioso più importante era quello di Hera. Alla divinità fu eretto il maestoso tempio, di cui oggi rimane come testimonianza un’unica colonna dorica. Originariamente costituito da un complesso di 48 colonne alte oltre 8 metri e costituite da 8 rocchi scanalati. Il tetto era di lastre di marmo e tegole in marmo pario. Nulla si sa delle decorazioni che però erano certo presenti come si può dedurre dal ritrovamento di una testa femminile in marmo della Grecia e pochi altri frammenti. Nelle adiacenze è tracciata una “Via Sacra” di una sessantina di metri e larga oltre 8 metri. Al complesso del tempio appartengono tre altri edifici chiamati: “Edificio B, il più antico luogo di culto del santuario, nel quale è stato rinvenuto il tesoro di Hera, costituito da ex voto”; “Edificio K, poco distante al primo citato e parallelo alla Via Sacra, adibito ad albergo per gli ospiti di riguardo”;”Edificio H utilizzato per i festosi banchetti”.
Era uno dei pochissimi templi della Magna Grecia che presentava sculture di marmo, materiale importato e molto costoso. Le numerose terrecotte architettoniche, hanno permesso di ricostruire almeno dieci coperture dell’edificio sacro, (dalla metà del VI al IV secolo a.C.), che attestano la grande attenzione dedicata dai cittadini della polis di Crotone a questo tempio. Ogni tegola del complicato sistema di copertura del tetto doveva essere stata lavorata pezzo per pezzo, contrariamente a quanto avveniva per le tegole di terracotta, realizzate in serie con matrici prefabbricate. Dalle fonti sappiamo che esse furono prelevate dal censore Q. Fulvius Flaccus, e che pur essendo state restituite successivamente, non fu più possibile ricollocarle al loro posto, proprio a causa della complessità del sistema tecnico che i Romani non riuscirono a capire, al punto che poi vennero abbandonate nell’area limitrofa. Tutte le tegole ed i coppi erano di marmo greco e insulare.
Il tempio di Hera, come dimostrano le cronache antiche, aveva notevole fama, tanto da essere descritto in molte fonti. Livio lo descriveva in tal modo:” Il tempio di Giunone Lacinia distava sei miglia dalla città ed era più celebre della città stessa…Un bosco circondato da una fitta selva ed alti abeti aveva in mezzo pascoli che pascolavano senza alcun pastore, ogni genere di animale sacro alla dea; separatamente ciascun gregge ritornava di notte verso le proprie stalle, senza temere alcun dannp… Perciò era grande il frutto che poteva essere ricavato da questo peculio e perciò era stata fatta una colonna d’oro massiccio ed era stata consacrata…E vari miracoli si raccontano paragonabili alla fama del luogo; era noto che l’altare era nel vestibolo del tempio e che il vento non riusciva a scuoterne le ceneri…”.
Nell’area sacra era anche applicato il diritto di asilo, come confermato in numerosi frammenti di tabelle bronzee con dedica alla dea, incise dagli schiavi e dai prigionieri che avevano riacquistato la libertà.colonna con mare

colonna

 
Sullo stesso promontorio, oggi, sorge un santuario dedicato alla Madonna di Capo Colonna (chiaro accostamento alla dea Hera). Vi si venera un’immagine della Madonna attribuita a San Luca. Secondo la tradizione l’immagine era stata trafugata dai pirati Turchi che prima tentarono invano di incendiarla e poi non riuscendo a far muovere la nave, la buttarono in mare. Trovata sulla spiaggia da un pescatore, fu da lui conservata fino a quando, prossimo a morire, ne rivelò il possesso. Il quadro in stile bizantino viene custodito nella Cattedrale di Crotone e il terzo sabato di maggio, per ricordare il miracolo, viene portato in processione notturna fino al santuario di Capo Colonna. La struttura attuale fu eretta dai monaci basiliani di Salice Salentino probabilmente fra l’XI e il XIII secolo e certamente prima del Cinquecento, quando la chiesa e l’icona furono descritte nel Libro dei miracoli, un manoscritto che racconta di un tentativo ottomano di distruggere o trafugare il quadro che sarebbe avvenuto nel 1519.
La chiesa fu sottoposta a numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Nel Settecento fu trasformata in romitorio e nel 1897 assunse l’aspetto attuale per l’ampliamento progettato da Anselmo Berlingeri.

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In posizione frontale al Santuario della Madonna, sorge la Torre Nao, monumento risalente al XVI sec.. L’architettura della Torre Nao, terminata nel 1568, è tipicamente vice regnale con corpo parallelepipedo su base quadrata, con cordolo litico e grosse caditoie, dotata di scala esterna e piccolo ponte d’accesso. La scala a tre rampe formava un corpo avanzato di difesa. Tra la scala e la torre vi è un ponte levatoio a scomparsa, azionato dall’interno da una carrucola che garantiva l’isolamento della torre stessa. All’ingresso del terzo livello un solaio mobile ed una caditoia ne garantivano l’estrema difesa. Il nuovo sistema difensivo spagnolo prevedeva la costruzione di possenti torri di guardia visibili tra di loro così da poter segnalare in modo tempestivo l’arrivo delle navi straniere. Il progetto venne lanciato dal vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo, ma la completa attuazione si ottenne solo alla fine del XVI secolo, sotto il viceregno di Parafan di Ribeira. Venuto meno il pericolo delle incursioni turche, le torri di guardia persero ogni funzione di difesa e nel 1810 la Torre di Nao fu inclusa nel sistema doganale francese. Dopo l’unità d’Italia divenne sede del comando di una brigata della Guardia di Finanza.
Oggi la Torre Nao di Capo Colonna ospita al suo interno l’omonimo Antiquarium che raccoglie importanti reperti di archeologia subacquea rinvenuti nei tratti di mare antistanti il promontorio.
Dal piano superiore della Torre Nao si gode un colpo d’occhio tra i più suggestivi che permette di ammirare un lungo tratto dell’arida e selvaggia zona costiera del litorale crotonese, bagnata dalle acque trasparenti della Riserva Marina di Capo Rizzuto.

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Squillace

Veduta dal Castello di Squillace. Foto di Manila Sirianni

Veduta dal Castello di Squillace. Foto di Manila Sirianni.

Squillace

«Hinc sinus Hercules si vera est fama Tarenti cernitur, attolit se diva Iacinia contra. Caulonisque arces et navifragum Scylaceum…»

Secondo molti fu fondata da Ulisse, al ritorno dalla guerra di Troia, ma se pur l’idea è suggestiva, è probabile l’ipotesi della sua origine come sub-colonia di Crotone: è infatti, accertato il suo ruolo di presidio dell’istimo di Squillace nella politica di espansione della metropoli ai danni di Locri.
Durante il IV e III sec. a.C. la città cadde sotto il dominio dei Brettii. Dopo la sconfitta di Annibale, si sancì un momento di decadenza, cui seguì nel 123/122 a.C. la deduzione ad opera di Caio Gracco della colonia romana Minervia Scolacium. In questo periodo la città ottenne grande importanza, raggiungendo già in età giulio-claudia un aspetto monumentale. Un potenziamento ci fu tra il 96 e il 98 d.C., quando l’imperatore Nerva promosse una rifondazione della colonia con il nome di Minervia Nervia Augusta Scolacium.
Liberata la Calabria dal dominio bizantino, il Conte Ruggero il Normanno conquistò Squillace che insieme a Mileto divenne la sua sede preferita. Squillace, ricca di storia, di tradizioni e di cultura, fu una delle più antiche diocesi della Calabria, tant’è che già nel 465 un suo vescovo, Gaudenzio, partecipò al Sinodo Romano di Papa llario.
Al tempo dei bizantini e fino all’arrivo dei normanni il culto fu di rito greco, con vescovi obbedienti e fedeli al Patriarca di Costantinopoli. Fu Ruggero ad introdurre l’unicità del culto latino con il Vescovo Giovanni de Nicefero, canonico della chiesa di Mileto. Successivamente passò sotto il dominio di diversi signori, tra cui Bertrando Del Balzo, marito di Beatrice d’Angiò, figlia di Carlo II, e Marino Marzano, Conte di Squillace, che ebbe un ruolo molto importante contro il Re Ferdinando d’Aragona, suo cognato. I provvedimenti repressivi, in seguito alla congiura dei Baroni, fecero tornare, per via di confisca, la contea di Squillace al dominio del Re Ferdinando, che erigendola a Principato, la diede al suo secondogenito Federico. Questi ampliò tutti i privilegi che gli altri Sovrani avevano accordato all’Universitas di Squillace.
L’ Universitas di Squillace, per la sua fedeltà e lealtà, ebbe da molti Re, il titolo elogiativo di  ”la Nobile Città di Squillace”, al quale si aggiunse quello di “Ciudad de Fidelissima”, che gli fu attribuito da Don Giovanni d’Austria. Nel 1755 fu trasformata in marchesato e data a Leopoldo De Gregorio.
La fine del 700 coincise con un devastante terremoto che vide crollare le mura dell’antico castello normanno ma anche gli anni di predominio culturale ed artistico che fecero di Squillace un centro di studio e di ricerca.
Squillace, citata da Virgilio, meta di importanti studiosi nel medioevo e non solo, diede i natali ad uomini di illuminato intelletto come Flavio Magno Aurelio Cassiodoro nato nel 485 d.C., e vissuto in questo luogo.
Grazie a Cassiodoro possiamo immaginare il luogo in quel periodo:
Squillace la prima tra le città dei Brutti; che si crede fondata da Ulisse il distruttore di Troia… sta come un grappolo d’uva sospeso ai colli; né si solleva in alto con erta malagevole, se non per osservare con piacere i campi verdeggianti e la cerulea superficie del mare…. Guarda il sole quando spunta sull’orizzonte, senza bisogno che l’aurora lo annunci; giacché non appena vibra i suoi primi raggi, tosto mostra tutto il suo luminoso disco. Essa mira Febo che si rallegra di riflettere colà la chiarezza della sua luce; di che superando la stessa Rodi, con più di ragione può appellarsi la patria del sole…”.
Oggi Squillace è ancora una città che conserva la bellezza di questi secoli di storia, dominando dall’alto il leggendario Golfo di Squillace.
Squillace è anche conosciuta per la sua pregiata produzione di ceramica ingobbiata e graffita di derivazione magnogreca e bizantina.
Le ceramiche di Squillace sono inserite, per il loro valore storico ed artistico, nell’elenco della Produzioni d’Eccellenza. Per le vie del centro storico è possibile ammirare le botteghe d’arte nelle quali gli artigiani, accogliendo i visitatori, mostrano le tecniche antiche di fabbricazione.
Un bell’esempio di quanto detto è la bottega artigianale Decò Art su Corso Pepe. La bottega caratteristica e suggestiva, colorata dalle raffinate ceramiche prodotte dall’artista Concetta Gallo, accoglie i visitatori che ammirando i manufatti, scoprono la laboriosa arte della lavorazione della ceramica di Squillace.

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Gerace

Gerace

« Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia [...] Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, Santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti… »
(E. Lear – Diario di un viaggio a piedi – 1847)

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Il borgo medievale di Gerace è ancora descritto come uno dei più belli d’Italia.
Posto su una roccia, il borgo ha adattato il suo impianto alla connotazione orografica di questa. Il suo nome deriva dal greco Ierax (sparviero), forse ad indicare la figura leggendaria che condusse gli abitanti della costa, in fuga dalle razzie dei saraceni nel 915, nei monti che dominano la zona di Locri fino al luogo in cui fu fondato Gerace.
In realtà, le origini di Gerace sono antichissime e rintracciabili nella presenza di stanziamenti preistorici e protostorici dei quali rimangono diverse testimonianze. Presso Contrada Stefanelli è stata ritrovata una Necropoli di età preellenica. Finora sono state esplorate 27 tombe di rito inumatorio, a camera regolare con banchine poste ai lati, risalenti alla prima Età del Ferro. Gioielli, armille, scarabei, spirali, punte di lance, oggetti in avorio, in vetro, in ambra, vasellame vario, si trovano esposti presso i musei di Locri e Reggio Calabria. I reperti ritrovati testimoniano una civiltà agropastorale ben armata e progredita che intratteneva scambi commerciali con l’Oriente ed il Centro-Nord Europa.
Nel X secolo la cittadina divenne una roccaforte bizantina, denominata Santa Ciriaca, più volte minacciata dai saraceni, fu difesa sia con forti mura che con lucida diplomazia. Durante il periodo normanno, Gerace divenne un principato e vide sorgere, nella zona più alta della città, il maestoso castello. Questi due periodi furono fondamentali per il territorio che si costituì come importante centro culturale ed economico, tanto da essere definito da Al- Edrisi, geografo al seguito di Ruggero II d’Altavilla: “Città bella, grande e illustre”.
Sotto il Regno di Federico II, la Città conobbe l’incremento edilizio ma anche i contrasti tra Chiesa e Stato. Con gli Angioini  fu infeudata a Ruggero di Laurìa, perdendo lo status di Città Libera. Nell’ordine di un feudalesimo istituzionalizzato e di un eccessivo fiscalismo, il governo della Città venne lasciato a Narcisio Paglierico Ruggeri.
Furono secoli di vitalità culturale e di conflitti feudali, sempre scossi dalle minacce saracene che costrinsero i numerosi signori e regnanti ad edificare mura difensive solide e torri di avvistamento lungo tutta la costa. Solo nel 1480 venne abolito dalla chiesa il rito bizantino che fino a quel momento sussisteva in armonia con quelle latino.
Gerace fu centro artistico e culturale per tutto il 700 e metà dell’800, i devastanti terremoti non fermarono la crescita architettonica che fu alternata a costruzioni e ricostruzioni.
L’unificazione d’Italia inaugurò a Gerace un periodo incerto e di decadenza che portò alle prime ondate migratorie.
Nonostante il repentino spopolamento, i secoli di storia rimangono fermi nel bel borgo medievale, oggi attrattiva culturale e meta ambita da viaggiatori e studiosi in cerca di bellezza, arte e storia.

 

Il Catello Normanno. Edificato probabilmente durante il VII secolo d.C., la sua esistenza è testimoniata già nel X secolo d.C. Con la venuta dei normanni, intorno al 1050, fu ristrutturato e fortificato. Nei secoli successivi subì le devastazioni di alcuni catastrofici terremoti. Di esso rimangono una grande torre e poche mura, in parte ricavate dalla roccia e in parte si ergono a picco sui burroni circostanti. Originariamente era dotato di sistemi di canalizzazione delle acque meteoriche, di un grande pozzo, un piccolo oratorio di epoca bizantina, un ponte levatoio sul suo lato orientale, un'ampia armeria, un cortile interno, del quale rimangono alcuni ruderi del colonnato, e altri locali adibiti alle più svariate funzioni. Nella zona antistante il castello vi è un piazzale, denominato "Baglio", forse dal nome del magistrato che nella piazza emetteva le sentenze.

Il Catello Normanno.

Particolare della Cattedrale

Particolare della Cattedrale

Navata Cattedrale

Navata Cattedrale

Abside cattedrale e porta dei vescovi

Abside cattedrale e Porta dei Vescovi

Particolare cattedrale

Portale Chiesa di San Francesco

Portale Chiesa di San Francesco

Scorcio di Gerace

Scorcio di Gerace

 

 

 

La Torre di Capo Nao

Torre di Capo Nao. Capo Colonna, Crotone. Foto di Gianluca Mosca

Torre di Capo Nao. Capo Colonna, Crotone. Foto di Gianluca Mosca

La Torre di Capo Nao o semplicemente Torre Nao, è ubicata sull’antico promontorio di Capo Colonna a Crotone. E’ a guardia di uno dei parchi archeologici più belli e ricchi d’Italia: il promontorio, un tempo conosciuto con il nome Lacinion ospitando il maestoso tempio di Hera Lacinia, rappresentava un luogo non solo di culto ma anche di importanti rotte commerciali. Con la fondazione di Crotone da parte dei coloni greci nel VII sec. A.C., l’area dell’antico Capo Lacinio divenne, grazie alla sua posizione, uno dei centri più importanti per lo scambio economico e lo sviluppo relazionale, da ciò la consistente ricchezza di reperti archeologici ritrovati nelle campagne di scavo.

La torre Capo Nao è una struttura difensiva a pianta quadrangolare edificata dagli spagnoli nel XVI secolo allo scopo di rafforzare il sistema difensivo litoraneo, per arginare le invasioni turche.

L’architettura della Torre Nao, terminata nel 1568, è tipicamente vice regnale con corpo parallelepipedo su base quadrata, con cordolo litico e grosse caditoie, dotata di scala esterna e piccolo ponte d’accesso. Tra la scala e la torre un ponte levatoio a scomparsa, azionato dall’interno da una carrucola, garantiva l’isolamento della torre stessa. All’ingresso del terzo livello un solaio mobile ed una caditoia ne garantivano l’estrema difesa. Il nuovo sistema difensivo spagnolo prevedeva la costruzione di possenti torri di guardia visibili tra di loro così da poter segnalare in modo tempestivo l’arrivo delle navi straniere. Il progetto venne lanciato dal vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo, ma la completa attuazione si ottenne solo alla fine del XVI secolo, sotto il viceregno di Parafan di Ribeira. Venuto meno il pericolo delle incursioni turche, le torri di guardia persero ogni funzione di difesa e nel 1810 la Torre di Nao fu inclusa nel sistema doganale francese. Dopo l’unità d’Italia divenne sede del comando di una brigata della Guardia di Finanza.

Oggi la Torre Nao di Capo Colonna ospita al suo interno l’omonimo Antiquarium che raccoglie importanti reperti di archeologia subacquea rinvenuti nei tratti di mare antistanti il promontorio.

Dal piano superiore della Torre Nao si gode un colpo d’occhio tra i più suggestivi che permette di ammirare un lungo tratto dell’arida e selvaggia zona costiera del litorale crotonese con le acque trasparenti della Riserva marina di Capo Rizzuto.

 

La festa della Candelora in Calabria

La festa della Candelora in Calabria

Pa Candelora cu non avi carni 
‘mpigna a figghiola“ 

La celebrazione della Candelora ha radici profonde, era fortemente sentita nel mondo contadino antico perché segnava il passaggio dall’inverno alla primavera.
E’ una festa antichissima, rintracciabile nei culti pagani romani, nei quali le celebrazioni del mese di febbraio erano strettamente connesse alla propiziazione per i buoni raccolti e la fertilità. La parola latina  februarius rimanda ai riti purificatori. Februare infatti significa purificare, espiare.
Nella februatio, la cerimonia di purificazione della città, le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce.
La festa della Candelora celebrata dalla Chiesa il 2 febbraio fu introdotta solo nel VII secolo, adottando una festa della Chiesa orientale che festeggiava la Presentazione al Tempio del Signore (luce per illuminare le genti) e la relativa purificazione rituale della madre.
Durante la cerimonia cattolica della Candelora vengono benedette le candele, simbolo di luce e purificazione.
Nella tradizione calabrese i riti della Candelora sono strettamente legati all’arrivo del Carnevale e della successiva Quaresima. Oltre alla cerimonia della benedizione delle candele, in questa giornata, come tradizione detta, ci si ritrova con amici e parenti per un pasto conviviale a base di carne di maiale. Anticamente si  consumava questo tipo di menù per prepararsi ai successivi giorni di magro e di rinunce del periodo quaresimale, e chi non aveva la possibilità economica di avere della carne in casa, faceva enormi sacrifici per poterla acquistare. Da qui il detto popolare: Pa Candelora cu non avi carni
‘mpigna a figghiola“ (chi per la Candelora non ha carne da in pegno anche la figlia).
La forte partecipazione alla celebrazione del giorno della Candelora era legata al contesto contadino e all’idea di passaggio dall’inverno freddo e severo, alla generosa primavera.
In Calabria, inoltre, i mesi di gennaio e febbraio erano, e sono ancora, strettamente connessi al rito del maiale, che in passato iniziava il 17 di gennaio, probabilmente perché era il giorno di S. Antonio Abate, raffigurato con ai piedi un porco, a simboleggiare la vittoria del Santo sui vizi del mondo. Il santo è anche il protettore degli animali che in questo giorno vengono portati in chiesa per essere benedetti ad eccezione del maiale. Ma anche perché questo è il periodo più freddo dell’anno in Calabria e quindi il più adatto per lavorare la carne del maiale da conservare.
Il menù principale del giorno della Candelora è costituito da “pasta e casa” condita con il ragù di maiale come primo e le polpette con la stessa carne del sugo per secondo, accompagnati da sottaceti vari.  E’ anche il periodo dei grandi pasti con gli amici e i parenti per “fare la festa al porco”, cioè per consumare la carne del maiale appena macellato.
Era usanza portare “u piattu cu i frittuli” (una porzione di frittole) ai vicini di casa, ornate con fette di arance.
Le frittole, sono gli scarti del maiale che rimangono dalla lavorazione delle carni per la preparazione di salsicce, capocolli e sopressate e che non sono idonei ad essere conservati sotto sale.

Riportiamo un esempio di celebrazione della Candelora in Calabria:
La festa della Candelora a San Nicola da Crissa, provincia di Vibo Valentia
La festa della Candelora rappresenta, per i sannicolesi, una delle ricorrenze religiose più importanti. Ogni anno, infatti, il due febbraio la statua di San Giuseppe (che tiene in mano un canestro con due colombe offerte in voto) e la statua della Madonna (cinta da una ghirlanda di fiori, con in mano il cero e tra le braccia Gesù Bambino) sono accompagnate in solenne processione dalla chiesa del Rosario alla chiesa parrocchiale. Qui le colombe vengono liberate e si procede alla benedizione delle candele e alla celebrazione della messa.
Dopo la messa, il corteo processionale fa ritorno dalla chiesa matrice alla chiesa del Rosario, dove l’ingresso delle statue avviene tra la commozione e gli abbracci dei devoti. Un breve tragitto, compiuto nei due sensi, che si fa tuttavia simbolico e diviene compartecipe di un pathos particolare che trascende qualsiasi artificiosità. Per i sannicolesi la Candelora, soprattutto nel passato, rappresentava la festa religiosa più importante dell’inverno dopo il Natale; costitutiva un momento, forse l’unico della stagione, di ricostituzione “identitaria” per tutta la comunità. Collocata esattamente nel tempo astronomico a metà inverno, essa cadeva, nel ciclo agreste delle Serre vibonesi, nel pieno della stagione più fredda preannunciandone però allo stesso tempo la fine, distante solo 40 giorni, come si dice ancora oggi in paese. Questo passaggio delle stagioni è simbolicamente rappresentato dalla processione religiosa, che con la partenza e poi il ritorno nella stessa chiesa, rinnova la speranza di una stagione agropastorale feconda e di una rinascita sperata e voluta. Non solo momento liturgico dunque, ma rito di propiziazione divina per un intero anno produttivo.

 

San Nicola da Crissa, processione della Candelora

San Nicola da Crissa, processione della Candelora