Il Carnevale in Calabria

Il Carnevale in Calabria

giangurgolo-calabria

Giangurgolo

I diavoli di San Demetrio Corone

I diavoli di San Demetrio Corone

 

Corajìsima

Corajìsima

Il falò di Carnevale

Il falò di Carnevale

 

Ragù di maiale calabrese

Ragù di maiale calabrese

 

Pasta di casa con ragù di maiale calabrese

Pasta di casa con ragù di maiale calabrese

 

il ragù calabrese

il ragù calabrese

 

salumi

Salumi calabresi

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiacchere

Chiacchere

 

 

 

 

Questa ricorrenza è legata, come altre, al mondo antico e rurale. Risente dell’influenza delle origini greche e latine della regione, collocandosi tra i riti agropastorali pagani che segnavano il passaggio delle stagioni. Dall’inverno alla primavera, veniva tracciata la linea immaginaria che divideva l’anno vecchio dal nuovo, definendo con rituali specifici la volontà di propiziare i giorni futuri. La rinascita della natura, portata dalla primavera, si sostituiva all’inverno spettrale, ma questa nuova vita rifioriva dalla cenere dei giorni passati, per cui durante il Carnevale era serrato il rapporto con il mondo ultraterreno e la morte.

Riprendendo la simbologia della morte che conduce alla rinascita, sin dall’antichità, il Carnevale calabrese arrivava al suo apice del martedì grasso con la processione funebre di Nannuzzu Carnulivaru che ancora oggi si celebra nel paese di San Salvatore a Reggio Calabria. Il fantoccio che impersona tutto quello che è vecchio e che rappresenta il male, viene bruciato nella piazza principale a tarda sera.
Facendosi beffa della morte, il popolo si libera dal male dell’anno vecchio, purificandosi e propiziando l’avvenire. Il corteo dei Mascarati, accompagnato dal suono della tarantella, percorrendo tutte le vie del paese dietro la guida dal capo maschera “u pudiccinedda”, l’unico ad avere il viso scoperto, si sofferma nella piazza centrale e disponendosi in cerchio, assiste all’incenerimento del fantoccio. È il momento in cui tutte le maschere che coprono il viso vengono tolte a simboleggiare la sacralità del rito e la rinascita.

Sempre il martedì grasso, detto anche “U marti ‘e l’azata”, per l’usanza di ammazzare il maiale, si consumano succulenti e abbondanti pasti a base di carne suina fino a tarda notte. La goliardia e l’abbondanza di queste ore viene poi abbandonata nel lungo periodo della quaresima che inizia con i rintocchi della mezzanotte che danno inizio al mercoledì delle ceneri. Anticamente, prima di andare a dormire, ogni persona si preoccupava di togliere dai denti, con sciacqui di acqua e cenere, eventuali residui di carne, in quanto il mercoledì delle Ceneri era d’obbligo mangiare di magro.
Le donne lavavano subito le posate con la cenere e da quel momento bisognava tenersi ben lontani dalla carne.

San Costantino di Briatico a Vibo Valentia, si caratterizza per il pianto funebre di Corajìsima che, sul finire della rappresentazione farsesca del funerale, entra in scena piangendo il  moribondo consorte, Carnelevari, che poi morirà a causa degli eccessi alimentari, con queste parole:
“Néscia tu, porcu e lardàru,
ca trasu eu, netta e pulìta” (vai via tu che sei impuro e al tuo posto arrivo io che sono pura).
Il  lamento della donna rappresenta la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima.
Il mattino del mercoledì delle ceneri, le campane suonano a morto per annunciare la fine del breve periodo di Carnevale. In ogni rione compaiono delle bambole penzolanti per aria, vestite di nero, con in mano il fuso, la conocchia e un’arancia con infisse sette penne di gallina. Si tratta dell’effigie di Corajìsima che un tempo si credeva avesse il potere di tenere lontano, dalle case e dalle famiglie che la esponevano, fame, carestia e ogni  ristrettezza.
Le penne di gallina con cui si adorna il simulacro della Quaresima, raffigurano le sette settimane che precedono la Pasqua. Alla fine di ogni settimana si estrae una penna finché non arriva la domenica di Resurrezione.

Il Carnevale del Pollino, ancora oggi molto sentito, era l’occasione in cui anche i più poveri potevano godere di qualche giorno di piacere e benessere, avvicinandosi ai ricchi, prendendone vizi e abitudini.

A Spezzano Albanese, il Carnevale inteso come momento di coesione e di abbattimento delle diversità sociali, è celebrato con la Giostra dell’Agnello, in cui il vincitore non rinuncia a consumare il trofeo con tutti i partecipanti. Anche questa festa ha origini antichissime e si ricollega alle giostre medievali, oltre che ai sacrifici di animali del periodo pagano.

Un’altra rappresentazione di cui ancora si hanno tracce avviene a Castrovillari. Il protagonista è Ciccillo ‘u crujjanìso, un uomo alto e robusto, travestito da donna, con al collo una collana di peperoni secchi che accompagnato da Micuzzo Chiarelli, nella  parte del marito, porta a passeggio nella carrozzina il “bambino”, impersonato da Biasìno ‘u muranìso, un ometto di bassa statura. Il bambino, con la cuffietta in testa ed il ciuccetto in bocca, dimenandosi suscita l’ilarità del pubblico. Attualmente, in questa località è nota la parata dei carri allegorici e il festival del folklore.

A San Demetrio Corone, durante il Carnevale si svolge il funerale di “zì Nikolla”, un vecchio vestito di stracci, seguito da donne in costume arbereshe e da altri personaggi, tra cui i diavoli (djelzit) coperti di pelli di capra.

A Caraffa di Catanzaro si ripete annualmente l’antica tradizione in cui i giovani indossano sacchi ripieni di paglia: “i rusàli”.

Elemento unificante del carnevale regionale è la maschera tipica calabrese rappresentata da GIANGURGOLO. Il personaggio ha le caratteristiche del rozzo e furbo pastore che diventa padrone. La maschera, nata nel 600, fu importata in Calabria per mettere in ridicolo gli arricchiti che imitavano i nobili cavalieri siciliani. l nome Giangurgolo deriverebbe dalle parole:
Gian = Zanni  di cui rimane ancora traccia nel dialetto calabrese , nell’uso di espressioni come “fari u Zannu” o “fari i Zanni”, che vuol dire “fare uno scherzo”, e Gurgolo, che vuol dire “bocca larga” o “grande bocca”. Un personaggio ingordo quindi, dotato di appetito insaziabile e spacconeria
Secondo un’altra ipotesi la maschera sarebbe nata da una persona realmente esistita a Catanzaro. Secondo tale teoria, dal punto di vista etimologico Giangùrgolo significherebbe “Gianni l’ingordo”, per la sua caratteristica distintiva: l’ingordigia. La sua storia inizia nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella, dove nacque il 24 giugno 1596. Il nome deriverebbe da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. La leggenda narra che nei boschi cercò di salvare uno spagnolo aggredito dai briganti che, nonostante tutto, in seguito alle ferite perse la vita. Lo spagnolo in segno di riconoscenza, in punto di morte, nominò Giovanni suo erede, consegnandogli, oltre alle sue ricchezze, una lettera che conteneva il modo per salvare la città. Da allora Giovanni tramutò il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos, in onore del defunto, e iniziò la sua personale lotta contro l’occupazione spagnola. Giovanni si organizzò con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, proponeva spettacoli satirici incitando il popolo alla rivolta. Una condanna a morte lo costrinse a trasferirsi in Spagna, ma successivamente, tornato a Catanzaro, ritrovò Marco, il suo amico di teatro, malato di peste. L’ abbraccio fraterno tra i due contagiò anche Giangurgolo che morì poco dopo.

Attraverso la maschera, il riso, l’esorcismo della morte e poi la purificazione, la popolazione cercava, e ancora forse inconsciamente cerca, di uscire dalle ristrettezza della quotidianità, perseguendo una rinata coesione sociale capace di abbattere le diversità e le disuguaglianze.

Ancora oggi, è viva in Calabria l’usanza di consumare, insieme ad amici e parenti, pasti a base di carne di maiale nei giorni di giovedì e martedì grasso, arricchendo il tutto con i dolci fritti come le chiacchere e la musica popolare.