Archivio della categoria: riti e tradizioni

Il presepe vivente di Panettieri

Il presepe vivente di Panettieri

Il presepe vivente di Panettieri

Il presepe vivente di Panettieri

Nel borgo antico di Panettieri durante le festività natalizie si tiene il Presepe vivente. Un appuntamento ormai conosciuto in tutta la Calabria e non solo.  E’ l’occasione per visitare Panettieri, immergendosi in un tempo passato fatto di tradizioni popolari ricche di suggestioni e di ricordi. Si possono ammirare i gesti che un tempo animavano le botteghe degli artigiani, le vie profumate dai sapori dei cibi tipici del Natale calabrese, ascoltando i suoni bellissimi delle zampogne che annunciavano la nascita di Gesù. In un’ambientazione curata nei minimi dettagli si ha l’impressione di camminare in un tempo passato, fatto di semplicità, di calore umano, di ritualità profonde e sentite. Immerso in un paesaggio naturale bellissimo, il presepe vivente di Panettieri ogni anno accoglie centinaia di visitatori provenienti da ogni parte del Meridione e non solo, per concludersi il 6 gennaio. Durante i giorni della manifestazione che apre al pubblico dalle 17 alle 20, tutta la popolazione di Panettieri è impegnata nella rappresentazione del presepe, riproducendo con attenzione i particolari della Betlemme che accolse la venuta del Messia, senza però tralasciare l’adattamento alla tradizione, agli usi ed ai costumi del  Piccolo Borgo calabrese.
Il presepe vivente di Panettieri è un contributo importante per la diffusione e la valorizzazione della cultura e tradizione Calabrese che  attraverso questa manifestazione rivive, ritrovando forza nella capacità di essere tramandata e raccontata.

Zeppole calabresi

Zeppole calabresi “Zippuli”

Zeppole in preparazione

Zeppole in preparazione

La frittura delle zeppole

La frittura delle zeppole

Zeppole calabresi

Zeppole calabresi

Il mese di dicembre in Calabria è scandito da tradizioni popolari antiche e sentite. Le festività natalizie iniziano l’otto del mese con la ricorrenza dell’Immacolata. E’ il giorno in cui le famiglie iniziano a riunirsi intorno alla tavola imbandita di portate tipiche e soprattutto di Zeppole fritte “I Zippuli”, che saranno preparate per tutto il mese.
La preparazione delle zeppole è un vero e proprio rito di socialità che vede le famiglie riunite nelle case ad attendere le donne che con gesti veloci e laboriosi preparano la pasta che poi fritta darà vita a queste prelibatezze. E’ il giorno in cui le note delle zampogne risuonano per le piazze e le vie, intonando musiche popolari miste a spiritualità e folklore. Il giorno dell’Immacolata è un anticipo di vigilia di Natale che apre ad altri momenti importati come il giorno di Santa Lucia in cui, in alcuni paesi calabresi, si consuma un primo cenone di tredici portare con il piatto principale a base di grano cotto. Si accendono anche i primi falò propiziatori in quella che è la notte più lunga dell’anno e che precede l’allungarsi delle ore di luce. Un detto popolare recita a tale proposito: “da Santa Lucia a Natala u jornu crìscia nu passu ’e cana; ’e Natàla mpoi criscia nu passu ’e voi”, ( da Santa Lucia a natale il giorno è corto come un passo di cane, da Natale in poi si allunga come un passo di bue).
Durante il periodo di  Natale, i giorni sono scanditi dalla preparazione di cibi tipici, soprattutto dolci che non solo hanno lo scopo di rinnovare le tradizioni ma di radunare le famiglie. Il cibo è dunque, un elemento di forte identità e di aggregazione che caratterizza la Calabria e le sue unicità culturali e territoriali. Come la lingua di un popolo, il cibo preparato in questo mese di festa celebra la storia e le tradizioni più antiche della Calabria, in tal senso le portate tradizionali sono una vera e propria lingua che saldata nei secoli si tramanda a memoria e riconoscibilità della popolazione calabrese.
Ma il cibo consumato nei giorni delle feste natalizie è anche un momento di convivialità significativo e di grande valore, in questi giorni, gesti antichi e tramandati vengono rimessi in scena secondo rituali precisi che albergano nella memoria dei calabresi. In questi momenti di condivisione profonda, le generazioni colmano le loro distanze, incontrandosi sotto l’aurea di una cultura popolare antica, riconoscibile  e ricca di simboli.
Qui proponiamo la ricetta delle zeppole “i Zippuli” che un tempo si preparavano a partire dalla vigilia dell’Immacolata.

Ingredienti per le Zeppole:

  •  500 kg di farinadi grano duro
  • 1 kg di patate
  • 300 kg di farina’00’
  • 10 g di sale
  • 1 cubetto di lievito di birra
  • acqua tiepida
  • Acciughe sott’olio per la farcitura ( a scelta)
  • abbondante olio di semi per friggere

Preparazione delle Zeppole:

Fate bollire le patate con tutta la buccia. Quando saranno cotte scolatele e lasciatele freddare. Sbucciatele e passatele nello schiacciapatate. Fate sciogliere il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con il sale. Versate la farina in una ciotola grande disponendola a fontana, aggiungete le patate e il lievito sciolto e cominciate ad amalgamare il tutto con le mani, lavorate con i pugni per amalgamare bene il tutto. Quando il composto  risulterà rassodato versate poco alla volta acqua tiepida e continuate a lavorare nello stesso modo fino ad ottenere un composto appiccicaticcio ed elastico. Ponete il tutto in una casseruola grande, alta almeno 20 cm, fate una croce di sopra con le mani, coprite con un canovaccio e lasciate lievitare vicino ad una fonte di calore per 2 ore circa. Capirete che sono lievitate perché la croce si sarà aperta e non si vedrà più. Bagnatevi bene le mani con l’olio e lavorate l’impasto a ciambella o con la forma che più preferite, inserendo all’interno l’acciuga. Friggete in abbondante olio (devono essere praticamente immerse nell’olio) fino a quando saranno dorate.

N.B. La ricetta con le patate è tipica dei paesi della provincia di Cosenza, la stessa ricetta può essere preparata anche senza l’aggiunta delle patate come avviene in altri paesi calabresi.

 

La commemorazione dei defunti

La commemorazione dei defunti in Calabria

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La commemorazione dei defunti è un momento particolare per la Calabria che ritrova usanze secolari tramandate nel tempo, dall’importanza fondamentale per il rafforzamento del senso di appartenenza ad una comunità dalle radici profonde. Secondo la credenza popolare nella notte tra l’ 1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornano sulla terra, affrontando con fatica il viaggio che li separa dal mondo dei vivi, per questo è tradizione, durante questa notte, imbandire tavole per dare ristoro ai defunti, propiziando la loro benevolenza e protezione per il futuro. Essi ritrovano la strada di casa grazie ai lumini lasciati accesi sui davanzali della finestre. Nelle comunità italo-albanesi presenti in Calabria, un tempo ci si recava in corteo verso i cimiteri: dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si consumavano ricchi banchetti direttamente sulle tombe.
Questa festa, dalle origini antiche e legate al mondo contadino, segnava in qualche modo il passaggio delle stagioni, era il momento in cui la terra che aveva dato i suo frutti si riposava e affrontava l’inverno. Questo passaggio dalla floridezza primaverile ed estiva al buio sterile dell’inverno, veniva interpretato come il momento in cui il mondo dei vivi e quello ultraterreno si confondevano e comunicavano, quindi era importante non solo esorcizzare la paura ma propiziare il nuovo anno e il buon raccolto. Era ed è ancora il giorno in cui il ricordo dei propri cari si trasforma in atti pratici, divenendo un momento di condivisione anche conviviale e di contatto con la morte da sempre vista con mistero e timore.
I bambini durante questa ricorrenza sono i protagonisti di attenzioni speciali, ad essi sono destinati dolci e doni portati, secondo un racconto che gli adulti tramandano da secoli, dai cari defunti  durante la notte tra l’1 e il 2 novembre.
Con queste tradizioni non solo si ritrova il senso di appartenenza alla comunità, ma si mantengono tra le generazioni i legami con il passato e con chi un tempo ci sorrideva e ora ci accarezza teneramente nei ricordi.
Nella gastronomia tradizionale i piatti del 2 Novembre sono a base di legumi ma i dolci sono i protagonisti della ricorrenza proprio perché fanno parte dei doni che i defunti portano ai bambini. In Calabria e in molte altre zone del meridione si preparano le “Dita di Apostolo“, dolci di pasta di mandorle farciti, nel nostro caso, con marmellata di cedro e dalla forma di dito.
Nella provincia di Reggio Calabria si usa preparare anche lo Stomatico “U Stomachico”, un biscotto fatto con gli ingredienti poveri della tavola contadina come: il miele, le uova, la farina e qualche mandorla.
Oltre ai riti religiosi, molte sono le fiere del giorno dei morti. Una delle più antiche, risalente a 500 anni fa, si tiene ad Amantea, in provincia di Cosenza. Questa fiera diviene l’occasione per assistere ad interessanti rievocazioni storiche, gustare prodotti tipici e conoscere il centro storico.

 

Cestini per ristorare i defunti durante il viaggio notturno

I cestini lasciati sul tavolo per ristorare i defunti durante il viaggio notturno

Lo stomatico

Lo stomatico

Le dita degli apostoli

Le dita degli apostoli

 

 

La Processione della Madonna di Portosalvo

La processione della Madonna di Portosalvo

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Il culto è molto antico e mantiene le caratteristiche tipiche e le motivazioni delle processioni a mare dedicate alla Madonna, protettrice dei pescatori e dei caduti del mare. A Catanzaro la celebrazione della Madonna di Portosalvo avviene l’ultimo sabato di luglio con la processione per le vie più periferiche del quartiere marinaro per poi culminare la domenica seguente, quando in segno di devozione i pescatori organizzano la regata celebrativa portando la statua lungo tutto il tratto costiero catanzarese, seguita da un corteo di altre barche. Arrivata sulla spiaggia di Catanzaro Lido, accolta dai fedeli, viene condotta a spalla nella piazza principale dove ha sede la chiesa di Santa Maria di Portosalvo per la messa e la benedizione finale. Qui la folla si riversa in preghiera con l’animo pieno di fiducia e di devozione nei confronti della protettrice di quello che un tempo era un quartiere di marinai. La messa del tardo pomeriggio chiude i riti religiosi e apre la serata che termina con lo spettacolo pirotecnico che anima ed illumina in modo suggestivo il mare e la spiaggia di Catanzaro Lido. L’ultima domenica di luglio per i catanzaresi è un vero e proprio momento rituale collettivo, pregno di tradizioni tramandate da generazione in generazione. Intere famiglie aspettano dalla mattina l’arrivo della statua in spiaggia e il corteo di barche, e poi con il calare del buio accendono i falò in attesa dei fuochi d’artificio notturni.

Le prime informazioni storiche sulla presenza del culto mariano risalgono al 1874 e provengono da uno scambio epistolare, ma il culto è molto più antico.

Pare infatti che la Madonna di Portosalvo fosse venerata presso una piccola cappella realizzata, già in tempo molto anteriore al 1700, per uso privato della nobile famiglia De Paola in un terreno di proprietà della stessa, che successivamente passò ai De Cumis.

In seguito al terremoto del 1783 la popolazione nel quartiere marinaro ebbe un forte aumento. Unico luogo di culto rimaneva la citata cappella che veniva utilizzata anche come luogo di sepoltura. Nel 1794, per richiesta del De Cumis, fu edificata l’attuale chiesa che il  vescovo dell’epoca  fece aprire al culto sotto lo stesso titolo di Santa Maria Di Portosalvo.

La statua della Madonna recante in braccio il bambino è di per sé testimonianza del radicamento antico al culto, essa reca su entrambe le corone d’argento l’incisione: “Dono a devozione di D/na Elisa Marincola 1862″.

Le credenze popolari attribuiscono alla Madonna di Portosalvo il miracolo della protezione degli abitanti durante la devastante tromba d’aria del 1979.

L’evento, per la sua importanza e per la sua storicità, è collocato nell’Atlante dei Beni Culturali della Calabria come Bene Demoetnoantropologico.

La processione della Madonna di Capo Colonna

La Processione della Madonna di Capo Colonna

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La processione della Madonna di Capo Colonna

Ogni anno, la terza domenica di maggio, la processione della Madonna di Capo Colonna coinvolge migliaia di fedeli crotonesi e non solo.

Questo rito antico e suggestivo, arriva al suo culmine con la lunga processione del sabato notte, ma inizia l’ultimo giorno di aprile, quando l’icona della Madonna viene esposta nel duomo cittadino per il rito del “Bacio del Quadro”.

Da questo giorno fino alla data del pellegrinaggio vero e proprio la città si concentra a venerare questa sacra immagine.

Il quarto sabato di maggio avviene la processione notturna di 15 chilometri da Crotone fino alla chiesa di Capo Colonna, situata in quello che fu l’antico promontorio Lacinio che ospitò il tempio greco di Hera Lacinia.

Come a rievocare antichi riti di epoche passate, in cui i culti alle dee muovevano masse di devoti in processione, nella chiesetta di Capo Colonna si conduce la Madonna che accolta dall’abbraccio dei fedeli aspetta di far ritorno a Crotone trasportata, questa volta, in barca, quasi a voler benedire il mare portatore nei secoli di benessere ma anche di grandi catastrofi. Accolto nel porto di Crotone, il grande quadro viene deposto nuovamente nel duomo della città tra le preghiere ed i festeggiamenti di quella marea umana che ogni anno si stringe intorno ad un rito sentito e dalle origini antiche.

Il quadro raffigurante la Madonna di Capo Colonna è denso di storie e leggende che ne accrescono la grande e secolare devozione.

Secondo una delle tante ipotesi miste a leggende popolari, l’icona fu  portata a Crotone dallo stesso San Dionigi, patrono della città e primo Vescovo: secondo questa tradizione il dipinto sarebbe opera di San Luca evangelista. Il racconto è sicuramente leggendario e non supportato da dati storici in merito.

Dalle caratteristiche del quadro si sa, invece, che la sua origine risale all’XI secolo, e raffigura una Madonna nera con bambino di chiara derivazione Siriana-Bizantina. Questa tesi è accreditata non solo dallo stile pittorico, ma dall’edificazione, per mano dai monaci basiliani,  del primitivo luogo di culto che ospitò l’effigie e nel quale oggi si trova l’attuale chiesetta di Capo Colonna.

Numerosi sono poi i fatti miracolosi attribuiti al quadro, come la sua resistenza all’incendio operato dai turchi nel 1519. Durante una delle tante incursione, le flotte turche saccheggiarono la zona di Capo Colonna dando fuoco al quadro che però non subì alcun danno. I turchi tentarono allora di trafugarlo ma prodigiosamente la nave che lo trasportava rimase incastrata in mare come fermata da una forza misteriosa. Per essere liberi di salpare, i turchi gettarono il quadro in mare. Esso fu recuperato casualmente da un pescatore del posto che solo in punto di morte confessò di averlo nascosto in casa e lo riconsegnò al santuario. Nel 1638, il quadro della Madonna fece scappare i turchi da una nuova incursione poiché, vedendolo esposto in tutto il suo splendore sulle mura della città, ritirarono le truppe temendo una maledizione.

Infinite leggende raccontano di come il quadro salvò Crotone dai tanti terremoti che devastarono la Calabria e di come si rivelò miracoloso per tanti fedeli che annualmente, spinti dalla speranza e dalla devozione, affrontano la lunga processione notturna.

La processione notturna per la celebrazione della madonna di Capo Colonna è un rito che racchiude un sostrato di tradizioni secolari e di culti che se pur il tempo ha trasformato, sono l’anima di questa terra di storie antiche così vive anche nei gesti quotidiani più semplici.

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Approfondimenti:

http://calabriaterradistorie.altervista.org/capo-colonna/

http://calabriaterradistorie.altervista.org/la-torre-di-capo-nao/

La Domenica delle Palme in Calabria

La Domenica delle Palme in Calabria

feste delle palme a Bova

feste delle palme a Bova

La Domenica delle Palme in Calabria non è solo un evento religioso importante per i credenti, ma è il momento della rievocazione di riti antichi e tradizioni profonde che caratterizzano tutta la Settimana Santa.
La messa delle palme, in molti paesi calabresi, avviene nella piazza principale nella quale i fedeli aspettano la benedizione del ramoscello.
La palma, dopo la benedizione, viene conservata nelle case per un intero anno e ad essa si attribuisce il potere di benedire e propiziare tutti i componenti delle famiglia. È usanza conservarla nelle camere da letto o vicino le porte d’ingresso, chi ha un podere la lega ad un albero di ulivo con la speranza di scacciare il male e la miseria.
Questa ricorrenza, come altre in Calabria, è legata al mondo rurale e ai riti dell’antica Grecia di evocazione della terra e della fertilità.
Particolare e suggestiva è la processione che precede la Messa delle Palme a Bova, in provincia di Reggio Calabria.
La processione è caratterizzata dalla sfilata delle Pupazze: grossi fantocci dalle sembianze femminili fatti da foglie di ulivo intrecciate su steli di canna e abbellite da fiori colorati. La preparazione di queste figure è un vero e proprio rito di socialità, in quanto coinvolge intere famiglie impegnate ad annodare centinaia di foglie, secondo un metodo tramandato da secoli.  Dopo la benedizione le statue sono smontate e i rami di ulivo che le avevano composte sono donati ai fedeli.
L’origine di questa processione è antichissima, probabilmente riferibile ai riti della madre terra e al mito di Persephone.  Similitudini nella rievocazione di figure femminili legate alla Quaresima si ritrovano anche nel culto ortodosso e in Grecia.
Tradizionale è anche la Messa delle Palme a Davoli, in provincia di Catanzaro.  Dopo la benedizione, nella piazza centrale del paese, delle palme e dei ramoscelli di ulivo si svolge una processione che ricorda l’entrata di Gesù trionfale a Gerusalemme accompagnata da canti di osanna proprio per sottolineare questo particolare momento. Si raggiunge poi, la chiesa di Santa Barbara dove si celebra la Santa Messa.
A Nocera Terinese, i fedeli dopo il raduno nella Chiesa Matrice dedicata a San Giovanni Battista, ricordano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme con una processione che arriva sino alle Croci del Calvario, poste all’ingresso del paese, dove il parroco benedice i grossi fasci di rami di ulivo e di palme in mano ai devoti.
In questa domenica la Calabria si anima di fede e credenze popolari che culminano in pranzi consumati in famiglia, anticipati dall’usanza di donare un ramoscello di ulivo e di palma ai propri cari in segno di pace e di benedizione.

Processione palme A Bova

San Francesco di Paola

San Francesco di Paola

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Il santuario di San Francesco di Paola in provincia di Cosenza è legato alla storia e alla vocazione del santo patrono della Calabria. Introno al 1435-1452 il giovane Francesco, nato a Paola nel 1416, sentì il richiamo dello Spirito Santo, decidendo di iniziare il suo percorso eremitico in questo luogo dove oggi sorge uno dei più importanti santuari calabresi. Insieme a lui, altri eremiti spinti dai fedeli che in questo luogo trovavano sollievo per l’anima, decisero di fondare una piccola chiesa e un convento. Con gli anni il progetto divenne sempre più ampio anche in virtù della grande influenza spirituale del fraticello.
Dopo la canonizzazione del Santo, nel 1519, la  piccola chiesa eretta da San Francesco e dai primi frati, iniziò la sua trasformazione per divenire un luogo di culto ampio e architettonicamente rilevante.
La costruzione si sviluppa sulle due sponde del torrente Isca ed è unito da un ponte sul quale sorgono le abitazioni dei frati.
La chiesa e gli edifici annessi subirono la violenza devastatrice dei Turchi il 2 luglio 1555 e nel secolo successivo la chiesa, dall’originario gotico, semplice ed umile, passò a strutture barocche, di recente rimosse per riportare lo stile primario.
Nel corso dello stesso secolo alla chiesa venne annessa una cappella dedicata al Santo che racchiude anche alcune reliquie alle quali nel 1935 si unirono pochi frammenti delle ossa scampate al rogo che gli Ugonotti nel 1562 fecero dei resti mortali di Francesco.
Nel contesto della guerra di religione la profanazione della tomba di san Francesco di Paola e l’incendio del suo corpo furono una rivalsa degli Ugonotti contro i religiosi Minimi allora in prima fila nella lotta contro le eresie.
Nel 1921 il Santuario di Paola fu insignito da Benedetto XV del titolo di Basilica minore.
Oggi è un luogo frequentato da fedeli di tutto il mondo ma anche da appassionati di storia dell’arte.
La festa di San Francesco non è però celebrata il 2 aprile, data della morte del santo, ma il 4 maggio. È suggestiva la processione della statua di San Francesco che percorre tutte le vie del paese fino ad arrivare sul mare. È il momento della devozione ma anche del folklore più radicato ed antico nella città di Paola.
La figura di San Francesco rappresenta un pilastro importante della spiritualità calabrese. Il racconto della stessa vita del frate è mista di spiritualità e di leggende popolari. Molte sono le storie che si narrano e che vengono annoverate tra i miracoli compiuti del santo. In molti casi è difficile distinguere il vero dalla leggenda o dall’atto di fede, ma questi racconti sono importanti perché fanno parte di quel patrimonio di narrazioni che rappresentano la Calabria più antica.
Se si parla con un abitante d Paola sicuramente si ascolterà il miracolo di Martinello, agnello caro al santo. Si racconta che il povero animaletto fu il pasto di alcuni muratori impegnati a svolgere dei lavori nel santuario. Quando San Francesco si accorse dell’accaduto, alzò una mano in direzione del forno dove le carni stavano cuocendo e Martinello uscì vivo e belante dalle fiamme.
C’è poi la sorgente Cucchiarelle che il santo fece sgorgare copiosa per soddisfare la sete dei pellegrini e dei frati che vivevano nel convento.
Suggestivo è il racconto del miracolo del ponte del diavolo, ancora visibile e visitabile. Si narra che il diavolo, appena terminata la sua edificazione, ebbe la pretesa di possedere la prima anima intenta ad attraversalo. San Francesco che non peccò mai di ingenuità, vi fece passare un cane e così il diavolo fu costretto ad accontentarsi di quest’anima. Roso dalla rabbia cercò invano di distruggere il ponte ma non ci riuscì grazie all’intervento miracolo del santo, per cui scappò via lasciando ben visibile l’impronta del piede caprino.
Sono poi visibili, attraversando i giardini interni del santuario, le Pietre del Miracolo che San Francesco bloccò evitando una rovinosa frana. Ancora oggi questi massi sono sospesi in modo del tutto misterioso.processione mareprocessioneesternoveduta santuario

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santuario San Francesco

Il Carnevale in Calabria

Il Carnevale in Calabria

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Giangurgolo

I diavoli di San Demetrio Corone

I diavoli di San Demetrio Corone

 

Corajìsima

Corajìsima

Il falò di Carnevale

Il falò di Carnevale

 

Ragù di maiale calabrese

Ragù di maiale calabrese

 

Pasta di casa con ragù di maiale calabrese

Pasta di casa con ragù di maiale calabrese

 

il ragù calabrese

il ragù calabrese

 

salumi

Salumi calabresi

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiacchere

Chiacchere

 

 

 

 

Questa ricorrenza è legata, come altre, al mondo antico e rurale. Risente dell’influenza delle origini greche e latine della regione, collocandosi tra i riti agropastorali pagani che segnavano il passaggio delle stagioni. Dall’inverno alla primavera, veniva tracciata la linea immaginaria che divideva l’anno vecchio dal nuovo, definendo con rituali specifici la volontà di propiziare i giorni futuri. La rinascita della natura, portata dalla primavera, si sostituiva all’inverno spettrale, ma questa nuova vita rifioriva dalla cenere dei giorni passati, per cui durante il Carnevale era serrato il rapporto con il mondo ultraterreno e la morte.

Riprendendo la simbologia della morte che conduce alla rinascita, sin dall’antichità, il Carnevale calabrese arrivava al suo apice del martedì grasso con la processione funebre di Nannuzzu Carnulivaru che ancora oggi si celebra nel paese di San Salvatore a Reggio Calabria. Il fantoccio che impersona tutto quello che è vecchio e che rappresenta il male, viene bruciato nella piazza principale a tarda sera.
Facendosi beffa della morte, il popolo si libera dal male dell’anno vecchio, purificandosi e propiziando l’avvenire. Il corteo dei Mascarati, accompagnato dal suono della tarantella, percorrendo tutte le vie del paese dietro la guida dal capo maschera “u pudiccinedda”, l’unico ad avere il viso scoperto, si sofferma nella piazza centrale e disponendosi in cerchio, assiste all’incenerimento del fantoccio. È il momento in cui tutte le maschere che coprono il viso vengono tolte a simboleggiare la sacralità del rito e la rinascita.

Sempre il martedì grasso, detto anche “U marti ‘e l’azata”, per l’usanza di ammazzare il maiale, si consumano succulenti e abbondanti pasti a base di carne suina fino a tarda notte. La goliardia e l’abbondanza di queste ore viene poi abbandonata nel lungo periodo della quaresima che inizia con i rintocchi della mezzanotte che danno inizio al mercoledì delle ceneri. Anticamente, prima di andare a dormire, ogni persona si preoccupava di togliere dai denti, con sciacqui di acqua e cenere, eventuali residui di carne, in quanto il mercoledì delle Ceneri era d’obbligo mangiare di magro.
Le donne lavavano subito le posate con la cenere e da quel momento bisognava tenersi ben lontani dalla carne.

San Costantino di Briatico a Vibo Valentia, si caratterizza per il pianto funebre di Corajìsima che, sul finire della rappresentazione farsesca del funerale, entra in scena piangendo il  moribondo consorte, Carnelevari, che poi morirà a causa degli eccessi alimentari, con queste parole:
“Néscia tu, porcu e lardàru,
ca trasu eu, netta e pulìta” (vai via tu che sei impuro e al tuo posto arrivo io che sono pura).
Il  lamento della donna rappresenta la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima.
Il mattino del mercoledì delle ceneri, le campane suonano a morto per annunciare la fine del breve periodo di Carnevale. In ogni rione compaiono delle bambole penzolanti per aria, vestite di nero, con in mano il fuso, la conocchia e un’arancia con infisse sette penne di gallina. Si tratta dell’effigie di Corajìsima che un tempo si credeva avesse il potere di tenere lontano, dalle case e dalle famiglie che la esponevano, fame, carestia e ogni  ristrettezza.
Le penne di gallina con cui si adorna il simulacro della Quaresima, raffigurano le sette settimane che precedono la Pasqua. Alla fine di ogni settimana si estrae una penna finché non arriva la domenica di Resurrezione.

Il Carnevale del Pollino, ancora oggi molto sentito, era l’occasione in cui anche i più poveri potevano godere di qualche giorno di piacere e benessere, avvicinandosi ai ricchi, prendendone vizi e abitudini.

A Spezzano Albanese, il Carnevale inteso come momento di coesione e di abbattimento delle diversità sociali, è celebrato con la Giostra dell’Agnello, in cui il vincitore non rinuncia a consumare il trofeo con tutti i partecipanti. Anche questa festa ha origini antichissime e si ricollega alle giostre medievali, oltre che ai sacrifici di animali del periodo pagano.

Un’altra rappresentazione di cui ancora si hanno tracce avviene a Castrovillari. Il protagonista è Ciccillo ‘u crujjanìso, un uomo alto e robusto, travestito da donna, con al collo una collana di peperoni secchi che accompagnato da Micuzzo Chiarelli, nella  parte del marito, porta a passeggio nella carrozzina il “bambino”, impersonato da Biasìno ‘u muranìso, un ometto di bassa statura. Il bambino, con la cuffietta in testa ed il ciuccetto in bocca, dimenandosi suscita l’ilarità del pubblico. Attualmente, in questa località è nota la parata dei carri allegorici e il festival del folklore.

A San Demetrio Corone, durante il Carnevale si svolge il funerale di “zì Nikolla”, un vecchio vestito di stracci, seguito da donne in costume arbereshe e da altri personaggi, tra cui i diavoli (djelzit) coperti di pelli di capra.

A Caraffa di Catanzaro si ripete annualmente l’antica tradizione in cui i giovani indossano sacchi ripieni di paglia: “i rusàli”.

Elemento unificante del carnevale regionale è la maschera tipica calabrese rappresentata da GIANGURGOLO. Il personaggio ha le caratteristiche del rozzo e furbo pastore che diventa padrone. La maschera, nata nel 600, fu importata in Calabria per mettere in ridicolo gli arricchiti che imitavano i nobili cavalieri siciliani. l nome Giangurgolo deriverebbe dalle parole:
Gian = Zanni  di cui rimane ancora traccia nel dialetto calabrese , nell’uso di espressioni come “fari u Zannu” o “fari i Zanni”, che vuol dire “fare uno scherzo”, e Gurgolo, che vuol dire “bocca larga” o “grande bocca”. Un personaggio ingordo quindi, dotato di appetito insaziabile e spacconeria
Secondo un’altra ipotesi la maschera sarebbe nata da una persona realmente esistita a Catanzaro. Secondo tale teoria, dal punto di vista etimologico Giangùrgolo significherebbe “Gianni l’ingordo”, per la sua caratteristica distintiva: l’ingordigia. La sua storia inizia nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella, dove nacque il 24 giugno 1596. Il nome deriverebbe da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. La leggenda narra che nei boschi cercò di salvare uno spagnolo aggredito dai briganti che, nonostante tutto, in seguito alle ferite perse la vita. Lo spagnolo in segno di riconoscenza, in punto di morte, nominò Giovanni suo erede, consegnandogli, oltre alle sue ricchezze, una lettera che conteneva il modo per salvare la città. Da allora Giovanni tramutò il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos, in onore del defunto, e iniziò la sua personale lotta contro l’occupazione spagnola. Giovanni si organizzò con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, proponeva spettacoli satirici incitando il popolo alla rivolta. Una condanna a morte lo costrinse a trasferirsi in Spagna, ma successivamente, tornato a Catanzaro, ritrovò Marco, il suo amico di teatro, malato di peste. L’ abbraccio fraterno tra i due contagiò anche Giangurgolo che morì poco dopo.

Attraverso la maschera, il riso, l’esorcismo della morte e poi la purificazione, la popolazione cercava, e ancora forse inconsciamente cerca, di uscire dalle ristrettezza della quotidianità, perseguendo una rinata coesione sociale capace di abbattere le diversità e le disuguaglianze.

Ancora oggi, è viva in Calabria l’usanza di consumare, insieme ad amici e parenti, pasti a base di carne di maiale nei giorni di giovedì e martedì grasso, arricchendo il tutto con i dolci fritti come le chiacchere e la musica popolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La festa della Candelora in Calabria

La festa della Candelora in Calabria

Pa Candelora cu non avi carni 
‘mpigna a figghiola“ 

La celebrazione della Candelora ha radici profonde, era fortemente sentita nel mondo contadino antico perché segnava il passaggio dall’inverno alla primavera.
E’ una festa antichissima, rintracciabile nei culti pagani romani, nei quali le celebrazioni del mese di febbraio erano strettamente connesse alla propiziazione per i buoni raccolti e la fertilità. La parola latina  februarius rimanda ai riti purificatori. Februare infatti significa purificare, espiare.
Nella februatio, la cerimonia di purificazione della città, le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce.
La festa della Candelora celebrata dalla Chiesa il 2 febbraio fu introdotta solo nel VII secolo, adottando una festa della Chiesa orientale che festeggiava la Presentazione al Tempio del Signore (luce per illuminare le genti) e la relativa purificazione rituale della madre.
Durante la cerimonia cattolica della Candelora vengono benedette le candele, simbolo di luce e purificazione.
Nella tradizione calabrese i riti della Candelora sono strettamente legati all’arrivo del Carnevale e della successiva Quaresima. Oltre alla cerimonia della benedizione delle candele, in questa giornata, come tradizione detta, ci si ritrova con amici e parenti per un pasto conviviale a base di carne di maiale. Anticamente si  consumava questo tipo di menù per prepararsi ai successivi giorni di magro e di rinunce del periodo quaresimale, e chi non aveva la possibilità economica di avere della carne in casa, faceva enormi sacrifici per poterla acquistare. Da qui il detto popolare: Pa Candelora cu non avi carni
‘mpigna a figghiola“ (chi per la Candelora non ha carne da in pegno anche la figlia).
La forte partecipazione alla celebrazione del giorno della Candelora era legata al contesto contadino e all’idea di passaggio dall’inverno freddo e severo, alla generosa primavera.
In Calabria, inoltre, i mesi di gennaio e febbraio erano, e sono ancora, strettamente connessi al rito del maiale, che in passato iniziava il 17 di gennaio, probabilmente perché era il giorno di S. Antonio Abate, raffigurato con ai piedi un porco, a simboleggiare la vittoria del Santo sui vizi del mondo. Il santo è anche il protettore degli animali che in questo giorno vengono portati in chiesa per essere benedetti ad eccezione del maiale. Ma anche perché questo è il periodo più freddo dell’anno in Calabria e quindi il più adatto per lavorare la carne del maiale da conservare.
Il menù principale del giorno della Candelora è costituito da “pasta e casa” condita con il ragù di maiale come primo e le polpette con la stessa carne del sugo per secondo, accompagnati da sottaceti vari.  E’ anche il periodo dei grandi pasti con gli amici e i parenti per “fare la festa al porco”, cioè per consumare la carne del maiale appena macellato.
Era usanza portare “u piattu cu i frittuli” (una porzione di frittole) ai vicini di casa, ornate con fette di arance.
Le frittole, sono gli scarti del maiale che rimangono dalla lavorazione delle carni per la preparazione di salsicce, capocolli e sopressate e che non sono idonei ad essere conservati sotto sale.

Riportiamo un esempio di celebrazione della Candelora in Calabria:
La festa della Candelora a San Nicola da Crissa, provincia di Vibo Valentia
La festa della Candelora rappresenta, per i sannicolesi, una delle ricorrenze religiose più importanti. Ogni anno, infatti, il due febbraio la statua di San Giuseppe (che tiene in mano un canestro con due colombe offerte in voto) e la statua della Madonna (cinta da una ghirlanda di fiori, con in mano il cero e tra le braccia Gesù Bambino) sono accompagnate in solenne processione dalla chiesa del Rosario alla chiesa parrocchiale. Qui le colombe vengono liberate e si procede alla benedizione delle candele e alla celebrazione della messa.
Dopo la messa, il corteo processionale fa ritorno dalla chiesa matrice alla chiesa del Rosario, dove l’ingresso delle statue avviene tra la commozione e gli abbracci dei devoti. Un breve tragitto, compiuto nei due sensi, che si fa tuttavia simbolico e diviene compartecipe di un pathos particolare che trascende qualsiasi artificiosità. Per i sannicolesi la Candelora, soprattutto nel passato, rappresentava la festa religiosa più importante dell’inverno dopo il Natale; costitutiva un momento, forse l’unico della stagione, di ricostituzione “identitaria” per tutta la comunità. Collocata esattamente nel tempo astronomico a metà inverno, essa cadeva, nel ciclo agreste delle Serre vibonesi, nel pieno della stagione più fredda preannunciandone però allo stesso tempo la fine, distante solo 40 giorni, come si dice ancora oggi in paese. Questo passaggio delle stagioni è simbolicamente rappresentato dalla processione religiosa, che con la partenza e poi il ritorno nella stessa chiesa, rinnova la speranza di una stagione agropastorale feconda e di una rinascita sperata e voluta. Non solo momento liturgico dunque, ma rito di propiziazione divina per un intero anno produttivo.

 

San Nicola da Crissa, processione della Candelora

San Nicola da Crissa, processione della Candelora

La festa dell’Epifania in Calabria

La festa dell’Epifania in Calabria

epifania

Questa giornata è carica di riti antichi e tradizioni arcaiche legate al mondo contadino. La notte dell’epifania è misteriosa e allo stesso tempo illuminata dai falò che per tutti i paesi della Calabria vengono accesi per propiziare il nuovo anno, scacciando nel fuoco tutte le avversità e i cattivi pensieri che hanno accompagnato quello appena passato. Come nelle tradizioni pagane più antiche, il fuoco è usato per purificare e propiziare.

In Calabria, la notte che precede la festa dell’Epifania è considerata notte di eventi miracolosi. Gli animali parlano e per questo fatto sono capaci di maledire il padrone e fare in modo che la sua famiglia vada incontro a misteriose disgrazie. Per evitare ciò, la sera della vigilia, bisogna nutrirli in abbondanza.
A Bisignano e in altre diverse località della Calabria si racconta una storiella: Il fattore di una masseria imprecisata era abbastanza scettico ma altrettanto curioso, così decise di appurare personalmente questo evento prodigioso. La notte della vigilia dell’Epifania decise di dormire nel pagliaio, dietro la mangiatoia dei buoi. A mezzanotte l’asino disse al bue “ Mangiàmu bùanu…ca dumani hàmu fatigàri. Hàmu portàri `u patrùni `ccù ru carru….”
(Trad. Mangiamo più del solito perché domani avremo da lavorare. Dovremo portare il padrone al cimitero).
Nel sentire queste parole il fattore fu preso da tremenda paura, a fatica giunse a casa ma morì sulla porta.
La notte della vigilia dell’Epifania, le fontane versano olio e nei fiumi scorre vino ma nessuno è in grado di accorgersene.
A tal proposito, un’altra storiella che si racconta a Bisignano è quella di una famiglia che la notte del 5 Gennaio, accorgendosi di avere vuoti i recipienti dell’acqua, andò alla vicina fontana per fare una scorta per la notte. Solo la mattina successiva, la moglie si accorse che i boccali erano pieni di olio.
Infatti la condizione idonea per poter assistere a questi avvenimenti, secondo la cultura popolare, è quella di essere ”sinceri” e cioè non essere a conoscenza di nulla.
E che dire del dolce risveglio grazie ai doni della Befana? Quanti stamattina hanno aperto la calza piena di dolciumi per i più buoni che la Befana ha portato durante questa lunga notte di tradizioni e credenze antiche?