Archivio della categoria: Luoghi da scoprire

Antica Kaulon

L’antica Kaulon

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L’antica Kaulon racconta di un tempo in cui gli uomini cercavano di comunicare con il sacro, costruendo un legame di devozioni attraverso i riti e i magnifici templi. Tutto riconduceva ad una dimensione di sacralità, il mare era sacro non solo come elemento del cosmo ma anche come testimonianza dell’impeto e della benevolenza delle divinità, così come l’aria, la terra e il fuoco. Percorrendo il sentiero che conduce al tempio dorico e all’area sacra, bisogna avere l’attenzione di ascoltare i rumori del vento e del mare che raccontano di cerimonie accorate, profumate dall’incenso votivo e rese radiose dai ceri devozionali. Il tempio che al culmine della cerimonia diveniva il luogo più importante della città, sorgeva a picco sul mare per illuminare e benedire questo portatore di vita ma anche di morte. Facendosi trasportare da queste suggestioni, il visitatore può entrare in contatto con il mondo dell’antica Kaulon che in Calabria resiste ancora  con il suo cuore di tradizioni profonde.

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I resti di Kaulon sono i custodi di Monasterace, comune in provincia di Reggio Calabria.
Secondo una tradizione, più leggendaria che reale, il nome Kaulonia deriverebbe dal suo fondatore, l’eroe Kaulo, figlio dell’amazzone Clete.
Molti, studiando il significato del termine, lo riconducono ad “aulonia” che vuol dire vallata.
Oscura è anche la sua fondazione. Si pensa che Kaulon nacque come colonia fondata dagli Achei, sotto la guida di Tifone di Aegion e poi ricolonizzata da Crotone intorno al 675-650 a.C., secondo altre ipotesi si tratterebbe di una sub colonia di Crotone.
Dai ritrovamenti archeologici è però emerso che il periodo più fiorente per questa città fu sotto l’influenza crotoniana, nel VI sec. a.C.. A questo periodo risale la partecipazione di Kaulon, alleata di Crotone, alla battaglia condotta sul fiume Sagra contro i Locresi. La collocazione geografica di questa battaglia è incerta, poiché tale fiume non è stato ancora identificato con precisione, ma probabilmente dovrebbe trattarsi del fiume Torbido in provincia di Reggio Calabria, o dell’Allaro che attraversa la bella Vallata dello Stilaro Allaro.
La colonia, abitata dal momento della sua fondazione da 10.000 persone, venne conquistata e distrutta da Dioniso I nel 389 a.C.; gli abitanti furono deportati a Siracusa e il territorio passò sotto il dominio di Locri. Ricostruita da Dioniso II nel corso del III secolo, venne presa dai Romani nel 205 a.C. perdendo la sua importanza a riducendosi ad una semplice statio, nota come Stilida o Caulona, posta lungo la strategica strada jonica tra Taranto e Reggio.
L’identificazione del sito e i primi scavi archeologici avvennero per mano di Paolo Orsi all’inizio del 900. Orsi, partendo dalla collina dove attualmente sorge il faro militare, ricostruì il centro urbano di Kaulon, all’origine circondato da mura e posto, come consuetudine per quell’epoca, sul livello del mare. Il centro abitato trovava il suo fulcro nella zone del tempio dorico, di cui sono visibili il basamento e la gradinata monumentale.
Nella zona che circondava il tempio, posto su di una collina a picco sul mare, sono state ritrovate piccole aree di devozione anche più antiche della fondazione del tempio, edificato tra il 430 e il 420 a. C.. Dopo la distruzione della città per mano di Dioniso I, l’area sacra venne prima abbandonata e poi occupata da strutture di carattere vario. Se pur ancora non si conosce con certezza la divinità a cui era dedicato, una grande fossa votiva rettangolare, ritrovata ai piedi della scalinata, con all’interno hydriai e anforette intenzionalmente forate sul fondo a scopo rituale, porta a supporre la frequenza di riti legati alla sfera femminile sacra ad Hera e Artemide.
Fanno parte dell’assetto urbano le abitazioni riemerse,come: la Casa del Drago nella quale venne rinvenuto il famoso mosaico policromo raffigurate un drago marino del III sec. A.C., e il vasto edificio della Casa Matta.
Quest’ultimo, nato come struttura in parte residenziale e in parte pubblica, interessante per il suo ambiente termale, venne trasformato dai bretti in un santuario per il culto di una divinità femminile ancora incerta.
Alla fase tardo-ellenistica risalgono gli ambienti termali ritrovati nel settore nord-orientale del sito.
In più parti dell’antica Kaulon sono state ritrovate significative testimonianze di attività metallurgiche e resti di lavorazione di oggetti in ferro e bronzo. Kaulon, possedendo i ricchi giacimenti di ferro di Stilo e Pazzano, nonché modeste quantità di rame e argento di Bovongi, era territorio ambito per Crotone e Locri, perciò capiamo come le più cruente lotte avessero l’interesse della conquista di queste fonti di ricchezza.
Altre zone sacre furono ritrovate nella collina del faro militare e lungo i confini locresi.
Quello che oggi rimane dell’antica Kaulon è una vallata che a picco sul mare, racconta di civiltà che hanno segnato il cammino della Calabria odierna, e che merita cura e tutela. I visitatori non possono rimanere indifferenti alla bellezza del verde della vegetazione che, come solo la natura sa fare, contrasta con l’azzurro del mare Jonio, rendendo armonioso questo vortice di colori che tra loro cercano di prevalere, catturando lo sguardo.Anfora. Muse archeologico di Monasterace

Copertura di un tetto. Museo archeologico di Monasterace

Copertura di un tetto. Museo archeologico di Monasterace

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Capo Colonna

Capo Colonna

colonna e faro

Capo Colonna, anticamente conosciuto con il nome di Lacionion, è il promontorio che determina il limite occidentale del golfo di Taranto, dove sorgeva il  tempio dedicato ad Hera Lacinia. La sua importanza risiede nella quantità di elementi storici che sono legati a questa punta di terra protesa sullo Jonio.
La crescita di Capo Colonna è legata alla storia della colonia greca di Kroton, l’odierna Crotone, fondata alla fine dell’VIII secolo a.C. da un gruppo di Achei guidati da Miscello, condottiero appartenente ad una famiglia di nobile estrazione che vantava di avere come capostipite Eracle, il quale ricevette l’ordine dall’oracolo di Delfi di fondare una colonia presso il fiume Esaro, tra il Capo Lacinio e la sacra Krimisa (l’odierna Punta Alice). Il volere del dio Apollo fu realizzato e ricordato nei secoli dalle monete, ritrovare nell’area, riportanti l’incisione del tripode delfico. Nella colonia il culto religioso più importante era quello di Hera. Alla divinità fu eretto il maestoso tempio, di cui oggi rimane come testimonianza un’unica colonna dorica. Originariamente costituito da un complesso di 48 colonne alte oltre 8 metri e costituite da 8 rocchi scanalati. Il tetto era di lastre di marmo e tegole in marmo pario. Nulla si sa delle decorazioni che però erano certo presenti come si può dedurre dal ritrovamento di una testa femminile in marmo della Grecia e pochi altri frammenti. Nelle adiacenze è tracciata una “Via Sacra” di una sessantina di metri e larga oltre 8 metri. Al complesso del tempio appartengono tre altri edifici chiamati: “Edificio B, il più antico luogo di culto del santuario, nel quale è stato rinvenuto il tesoro di Hera, costituito da ex voto”; “Edificio K, poco distante al primo citato e parallelo alla Via Sacra, adibito ad albergo per gli ospiti di riguardo”;”Edificio H utilizzato per i festosi banchetti”.
Era uno dei pochissimi templi della Magna Grecia che presentava sculture di marmo, materiale importato e molto costoso. Le numerose terrecotte architettoniche, hanno permesso di ricostruire almeno dieci coperture dell’edificio sacro, (dalla metà del VI al IV secolo a.C.), che attestano la grande attenzione dedicata dai cittadini della polis di Crotone a questo tempio. Ogni tegola del complicato sistema di copertura del tetto doveva essere stata lavorata pezzo per pezzo, contrariamente a quanto avveniva per le tegole di terracotta, realizzate in serie con matrici prefabbricate. Dalle fonti sappiamo che esse furono prelevate dal censore Q. Fulvius Flaccus, e che pur essendo state restituite successivamente, non fu più possibile ricollocarle al loro posto, proprio a causa della complessità del sistema tecnico che i Romani non riuscirono a capire, al punto che poi vennero abbandonate nell’area limitrofa. Tutte le tegole ed i coppi erano di marmo greco e insulare.
Il tempio di Hera, come dimostrano le cronache antiche, aveva notevole fama, tanto da essere descritto in molte fonti. Livio lo descriveva in tal modo:” Il tempio di Giunone Lacinia distava sei miglia dalla città ed era più celebre della città stessa…Un bosco circondato da una fitta selva ed alti abeti aveva in mezzo pascoli che pascolavano senza alcun pastore, ogni genere di animale sacro alla dea; separatamente ciascun gregge ritornava di notte verso le proprie stalle, senza temere alcun dannp… Perciò era grande il frutto che poteva essere ricavato da questo peculio e perciò era stata fatta una colonna d’oro massiccio ed era stata consacrata…E vari miracoli si raccontano paragonabili alla fama del luogo; era noto che l’altare era nel vestibolo del tempio e che il vento non riusciva a scuoterne le ceneri…”.
Nell’area sacra era anche applicato il diritto di asilo, come confermato in numerosi frammenti di tabelle bronzee con dedica alla dea, incise dagli schiavi e dai prigionieri che avevano riacquistato la libertà.colonna con mare

colonna

 
Sullo stesso promontorio, oggi, sorge un santuario dedicato alla Madonna di Capo Colonna (chiaro accostamento alla dea Hera). Vi si venera un’immagine della Madonna attribuita a San Luca. Secondo la tradizione l’immagine era stata trafugata dai pirati Turchi che prima tentarono invano di incendiarla e poi non riuscendo a far muovere la nave, la buttarono in mare. Trovata sulla spiaggia da un pescatore, fu da lui conservata fino a quando, prossimo a morire, ne rivelò il possesso. Il quadro in stile bizantino viene custodito nella Cattedrale di Crotone e il terzo sabato di maggio, per ricordare il miracolo, viene portato in processione notturna fino al santuario di Capo Colonna. La struttura attuale fu eretta dai monaci basiliani di Salice Salentino probabilmente fra l’XI e il XIII secolo e certamente prima del Cinquecento, quando la chiesa e l’icona furono descritte nel Libro dei miracoli, un manoscritto che racconta di un tentativo ottomano di distruggere o trafugare il quadro che sarebbe avvenuto nel 1519.
La chiesa fu sottoposta a numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Nel Settecento fu trasformata in romitorio e nel 1897 assunse l’aspetto attuale per l’ampliamento progettato da Anselmo Berlingeri.

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In posizione frontale al Santuario della Madonna, sorge la Torre Nao, monumento risalente al XVI sec.. L’architettura della Torre Nao, terminata nel 1568, è tipicamente vice regnale con corpo parallelepipedo su base quadrata, con cordolo litico e grosse caditoie, dotata di scala esterna e piccolo ponte d’accesso. La scala a tre rampe formava un corpo avanzato di difesa. Tra la scala e la torre vi è un ponte levatoio a scomparsa, azionato dall’interno da una carrucola che garantiva l’isolamento della torre stessa. All’ingresso del terzo livello un solaio mobile ed una caditoia ne garantivano l’estrema difesa. Il nuovo sistema difensivo spagnolo prevedeva la costruzione di possenti torri di guardia visibili tra di loro così da poter segnalare in modo tempestivo l’arrivo delle navi straniere. Il progetto venne lanciato dal vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo, ma la completa attuazione si ottenne solo alla fine del XVI secolo, sotto il viceregno di Parafan di Ribeira. Venuto meno il pericolo delle incursioni turche, le torri di guardia persero ogni funzione di difesa e nel 1810 la Torre di Nao fu inclusa nel sistema doganale francese. Dopo l’unità d’Italia divenne sede del comando di una brigata della Guardia di Finanza.
Oggi la Torre Nao di Capo Colonna ospita al suo interno l’omonimo Antiquarium che raccoglie importanti reperti di archeologia subacquea rinvenuti nei tratti di mare antistanti il promontorio.
Dal piano superiore della Torre Nao si gode un colpo d’occhio tra i più suggestivi che permette di ammirare un lungo tratto dell’arida e selvaggia zona costiera del litorale crotonese, bagnata dalle acque trasparenti della Riserva Marina di Capo Rizzuto.

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Squillace

Veduta dal Castello di Squillace. Foto di Manila Sirianni

Veduta dal Castello di Squillace. Foto di Manila Sirianni.

Squillace

«Hinc sinus Hercules si vera est fama Tarenti cernitur, attolit se diva Iacinia contra. Caulonisque arces et navifragum Scylaceum…»

Secondo molti fu fondata da Ulisse, al ritorno dalla guerra di Troia, ma se pur l’idea è suggestiva, è probabile l’ipotesi della sua origine come sub-colonia di Crotone: è infatti, accertato il suo ruolo di presidio dell’istimo di Squillace nella politica di espansione della metropoli ai danni di Locri.
Durante il IV e III sec. a.C. la città cadde sotto il dominio dei Brettii. Dopo la sconfitta di Annibale, si sancì un momento di decadenza, cui seguì nel 123/122 a.C. la deduzione ad opera di Caio Gracco della colonia romana Minervia Scolacium. In questo periodo la città ottenne grande importanza, raggiungendo già in età giulio-claudia un aspetto monumentale. Un potenziamento ci fu tra il 96 e il 98 d.C., quando l’imperatore Nerva promosse una rifondazione della colonia con il nome di Minervia Nervia Augusta Scolacium.
Liberata la Calabria dal dominio bizantino, il Conte Ruggero il Normanno conquistò Squillace che insieme a Mileto divenne la sua sede preferita. Squillace, ricca di storia, di tradizioni e di cultura, fu una delle più antiche diocesi della Calabria, tant’è che già nel 465 un suo vescovo, Gaudenzio, partecipò al Sinodo Romano di Papa llario.
Al tempo dei bizantini e fino all’arrivo dei normanni il culto fu di rito greco, con vescovi obbedienti e fedeli al Patriarca di Costantinopoli. Fu Ruggero ad introdurre l’unicità del culto latino con il Vescovo Giovanni de Nicefero, canonico della chiesa di Mileto. Successivamente passò sotto il dominio di diversi signori, tra cui Bertrando Del Balzo, marito di Beatrice d’Angiò, figlia di Carlo II, e Marino Marzano, Conte di Squillace, che ebbe un ruolo molto importante contro il Re Ferdinando d’Aragona, suo cognato. I provvedimenti repressivi, in seguito alla congiura dei Baroni, fecero tornare, per via di confisca, la contea di Squillace al dominio del Re Ferdinando, che erigendola a Principato, la diede al suo secondogenito Federico. Questi ampliò tutti i privilegi che gli altri Sovrani avevano accordato all’Universitas di Squillace.
L’ Universitas di Squillace, per la sua fedeltà e lealtà, ebbe da molti Re, il titolo elogiativo di  ”la Nobile Città di Squillace”, al quale si aggiunse quello di “Ciudad de Fidelissima”, che gli fu attribuito da Don Giovanni d’Austria. Nel 1755 fu trasformata in marchesato e data a Leopoldo De Gregorio.
La fine del 700 coincise con un devastante terremoto che vide crollare le mura dell’antico castello normanno ma anche gli anni di predominio culturale ed artistico che fecero di Squillace un centro di studio e di ricerca.
Squillace, citata da Virgilio, meta di importanti studiosi nel medioevo e non solo, diede i natali ad uomini di illuminato intelletto come Flavio Magno Aurelio Cassiodoro nato nel 485 d.C., e vissuto in questo luogo.
Grazie a Cassiodoro possiamo immaginare il luogo in quel periodo:
Squillace la prima tra le città dei Brutti; che si crede fondata da Ulisse il distruttore di Troia… sta come un grappolo d’uva sospeso ai colli; né si solleva in alto con erta malagevole, se non per osservare con piacere i campi verdeggianti e la cerulea superficie del mare…. Guarda il sole quando spunta sull’orizzonte, senza bisogno che l’aurora lo annunci; giacché non appena vibra i suoi primi raggi, tosto mostra tutto il suo luminoso disco. Essa mira Febo che si rallegra di riflettere colà la chiarezza della sua luce; di che superando la stessa Rodi, con più di ragione può appellarsi la patria del sole…”.
Oggi Squillace è ancora una città che conserva la bellezza di questi secoli di storia, dominando dall’alto il leggendario Golfo di Squillace.
Squillace è anche conosciuta per la sua pregiata produzione di ceramica ingobbiata e graffita di derivazione magnogreca e bizantina.
Le ceramiche di Squillace sono inserite, per il loro valore storico ed artistico, nell’elenco della Produzioni d’Eccellenza. Per le vie del centro storico è possibile ammirare le botteghe d’arte nelle quali gli artigiani, accogliendo i visitatori, mostrano le tecniche antiche di fabbricazione.
Un bell’esempio di quanto detto è la bottega artigianale Decò Art su Corso Pepe. La bottega caratteristica e suggestiva, colorata dalle raffinate ceramiche prodotte dall’artista Concetta Gallo, accoglie i visitatori che ammirando i manufatti, scoprono la laboriosa arte della lavorazione della ceramica di Squillace.

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Gerace

Gerace

« Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia [...] Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, Santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti… »
(E. Lear – Diario di un viaggio a piedi – 1847)

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Il borgo medievale di Gerace è ancora descritto come uno dei più belli d’Italia.
Posto su una roccia, il borgo ha adattato il suo impianto alla connotazione orografica di questa. Il suo nome deriva dal greco Ierax (sparviero), forse ad indicare la figura leggendaria che condusse gli abitanti della costa, in fuga dalle razzie dei saraceni nel 915, nei monti che dominano la zona di Locri fino al luogo in cui fu fondato Gerace.
In realtà, le origini di Gerace sono antichissime e rintracciabili nella presenza di stanziamenti preistorici e protostorici dei quali rimangono diverse testimonianze. Presso Contrada Stefanelli è stata ritrovata una Necropoli di età preellenica. Finora sono state esplorate 27 tombe di rito inumatorio, a camera regolare con banchine poste ai lati, risalenti alla prima Età del Ferro. Gioielli, armille, scarabei, spirali, punte di lance, oggetti in avorio, in vetro, in ambra, vasellame vario, si trovano esposti presso i musei di Locri e Reggio Calabria. I reperti ritrovati testimoniano una civiltà agropastorale ben armata e progredita che intratteneva scambi commerciali con l’Oriente ed il Centro-Nord Europa.
Nel X secolo la cittadina divenne una roccaforte bizantina, denominata Santa Ciriaca, più volte minacciata dai saraceni, fu difesa sia con forti mura che con lucida diplomazia. Durante il periodo normanno, Gerace divenne un principato e vide sorgere, nella zona più alta della città, il maestoso castello. Questi due periodi furono fondamentali per il territorio che si costituì come importante centro culturale ed economico, tanto da essere definito da Al- Edrisi, geografo al seguito di Ruggero II d’Altavilla: “Città bella, grande e illustre”.
Sotto il Regno di Federico II, la Città conobbe l’incremento edilizio ma anche i contrasti tra Chiesa e Stato. Con gli Angioini  fu infeudata a Ruggero di Laurìa, perdendo lo status di Città Libera. Nell’ordine di un feudalesimo istituzionalizzato e di un eccessivo fiscalismo, il governo della Città venne lasciato a Narcisio Paglierico Ruggeri.
Furono secoli di vitalità culturale e di conflitti feudali, sempre scossi dalle minacce saracene che costrinsero i numerosi signori e regnanti ad edificare mura difensive solide e torri di avvistamento lungo tutta la costa. Solo nel 1480 venne abolito dalla chiesa il rito bizantino che fino a quel momento sussisteva in armonia con quelle latino.
Gerace fu centro artistico e culturale per tutto il 700 e metà dell’800, i devastanti terremoti non fermarono la crescita architettonica che fu alternata a costruzioni e ricostruzioni.
L’unificazione d’Italia inaugurò a Gerace un periodo incerto e di decadenza che portò alle prime ondate migratorie.
Nonostante il repentino spopolamento, i secoli di storia rimangono fermi nel bel borgo medievale, oggi attrattiva culturale e meta ambita da viaggiatori e studiosi in cerca di bellezza, arte e storia.

 

Il Catello Normanno. Edificato probabilmente durante il VII secolo d.C., la sua esistenza è testimoniata già nel X secolo d.C. Con la venuta dei normanni, intorno al 1050, fu ristrutturato e fortificato. Nei secoli successivi subì le devastazioni di alcuni catastrofici terremoti. Di esso rimangono una grande torre e poche mura, in parte ricavate dalla roccia e in parte si ergono a picco sui burroni circostanti. Originariamente era dotato di sistemi di canalizzazione delle acque meteoriche, di un grande pozzo, un piccolo oratorio di epoca bizantina, un ponte levatoio sul suo lato orientale, un'ampia armeria, un cortile interno, del quale rimangono alcuni ruderi del colonnato, e altri locali adibiti alle più svariate funzioni. Nella zona antistante il castello vi è un piazzale, denominato "Baglio", forse dal nome del magistrato che nella piazza emetteva le sentenze.

Il Catello Normanno.

Particolare della Cattedrale

Particolare della Cattedrale

Navata Cattedrale

Navata Cattedrale

Abside cattedrale e porta dei vescovi

Abside cattedrale e Porta dei Vescovi

Particolare cattedrale

Portale Chiesa di San Francesco

Portale Chiesa di San Francesco

Scorcio di Gerace

Scorcio di Gerace

 

 

 

La Torre di Capo Nao

Torre di Capo Nao. Capo Colonna, Crotone. Foto di Gianluca Mosca

Torre di Capo Nao. Capo Colonna, Crotone. Foto di Gianluca Mosca

La Torre di Capo Nao o semplicemente Torre Nao, è ubicata sull’antico promontorio di Capo Colonna a Crotone. E’ a guardia di uno dei parchi archeologici più belli e ricchi d’Italia: il promontorio, un tempo conosciuto con il nome Lacinion ospitando il maestoso tempio di Hera Lacinia, rappresentava un luogo non solo di culto ma anche di importanti rotte commerciali. Con la fondazione di Crotone da parte dei coloni greci nel VII sec. A.C., l’area dell’antico Capo Lacinio divenne, grazie alla sua posizione, uno dei centri più importanti per lo scambio economico e lo sviluppo relazionale, da ciò la consistente ricchezza di reperti archeologici ritrovati nelle campagne di scavo.

La torre Capo Nao è una struttura difensiva a pianta quadrangolare edificata dagli spagnoli nel XVI secolo allo scopo di rafforzare il sistema difensivo litoraneo, per arginare le invasioni turche.

L’architettura della Torre Nao, terminata nel 1568, è tipicamente vice regnale con corpo parallelepipedo su base quadrata, con cordolo litico e grosse caditoie, dotata di scala esterna e piccolo ponte d’accesso. Tra la scala e la torre un ponte levatoio a scomparsa, azionato dall’interno da una carrucola, garantiva l’isolamento della torre stessa. All’ingresso del terzo livello un solaio mobile ed una caditoia ne garantivano l’estrema difesa. Il nuovo sistema difensivo spagnolo prevedeva la costruzione di possenti torri di guardia visibili tra di loro così da poter segnalare in modo tempestivo l’arrivo delle navi straniere. Il progetto venne lanciato dal vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo, ma la completa attuazione si ottenne solo alla fine del XVI secolo, sotto il viceregno di Parafan di Ribeira. Venuto meno il pericolo delle incursioni turche, le torri di guardia persero ogni funzione di difesa e nel 1810 la Torre di Nao fu inclusa nel sistema doganale francese. Dopo l’unità d’Italia divenne sede del comando di una brigata della Guardia di Finanza.

Oggi la Torre Nao di Capo Colonna ospita al suo interno l’omonimo Antiquarium che raccoglie importanti reperti di archeologia subacquea rinvenuti nei tratti di mare antistanti il promontorio.

Dal piano superiore della Torre Nao si gode un colpo d’occhio tra i più suggestivi che permette di ammirare un lungo tratto dell’arida e selvaggia zona costiera del litorale crotonese con le acque trasparenti della Riserva marina di Capo Rizzuto.

 

Catanzaro Lido

Particolare del lungomare di Catanzaro Lido e antiche case dei pescatori

Particolare del lungomare di Catanzaro Lido e antiche case dei pescatori

“E nelle notti tempestose udiamo la voce del mare che intona la nenia alle seppellite città della Magna Grecia ” (Carlo De Nobili, 1907)

Cullata dal mar Jonio, nel periodo pre-greco l’area del quartiere marinaro di Catanzaro era denominata Crotala, in quanto attraversata dal Crotalo, l’attuale torrente Corace, successivamente con la colonizzazione greca fu inglobata nell’area dell’antica Scolacium. Durante le incursioni Turche, la popolazione si rifugiò sulle alture retrostanti dello Zarapotamo (dove attualmente è situato il quartiere Santa Maria) e del Trivonà su cui poco tempo dopo sorse Catanzaro. Agli inizi del XII secolo, periodo in cui la costa divenne più sicura, intere famiglie di pescatori provenienti da Catanzaro, trovarono la loro sistemazione definitiva nel “villaggio marina”, dando il via ad un lento e continuo ripopolamento dell’area.
Grazie alla sua posizione, il popolamento fu costante ed interessò l’insediamento di gente proveniente da molte zone limitrofe.
Le foto ritraggono Catanzaro Lido in inverno. Qui, il mare reso brillante dal sole, l’odore di salsedine, il piccolo porto e i pescatori, la pineta che si riposa aspettando l’estate, fanno da sfondo all’anima che trova pace e serenità.Catanzaro LidoCatanzaro Lidoporto di Catanzaro Lidoporto Catanzaro Lidopineta giovino1lido

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Ferruzzano Superiore

Per le vie silenziose del paese fantasma di Ferruzzano Superiore.

Veduta di Ferruzzano Superiore

Veduta di Ferruzzano Superiore

1544996_792613504089147_2128404426_nFerruzzano Superiore, in provincia di Reggio Calabria, sorge su un monte di pietra e tufo che domina dall’alto la Costa dei Gelsomini.
Come uno spirito antico, Ferruzzano Superiore si erge silenzioso sull’azzurro limpido del Mar Jonio. Le sue strade, i vicoli ramificati per tutto il suo perimetro, le scale in pietra ricoperte di muschio e che rimandano ad altrettanti vicoli, hanno memoria di una storia remota che ha inizio nel XVI secolo.
La sua fondazione non è diversa da quella di altri centri calabresi nati nell’entroterra per sfuggire alle razzie dei pirati. Lo spirito di adattamento e l’entusiasmo degli abitanti che su questa rocca trovarono rifugio, garantì a Ferruzzano anni di benessere e di intense attività agricole ed artigianali.
Fu la natura ribelle del sud Italia a ridestare la paura nel cuore dei ferruzzanesi travolti da un devastante terremoto nel 1783: il sisma inaugura gli anni dello spopolamento del paese.
Nel 1800 iniziarono le prime e consistenti emigrazione dei giovani alla ricerca di fortuna in America.
Il flusso migratorio fu inarrestabile per tutto il 900 e contribuì all’abbandono definitivo di Ferruzzano che avvenne nel 1978: anno in cui a causa di un nuovo terremoto il paese fu dichiarato inabitabile.
Oggi è un paese fantasma che richiama la curiosità dei visitatori disorientati dal silenzio di un luogo rimasto fermo nella sua storia.
Camminando per i suoi stretti vicoli si può scorgere l’interno di un vecchio magazzino in cui un tempo venivano radunate le conserve alimentari e gli attrezzi da lavoro, si può scrutare dietro la porta semiaperta di un’abitazione dove ancora una vecchia cucina degli anni 60 aspetta di essere utilizzata per il pranzo della famiglia. Il municipio mantiene nella solitudine delle pareti esterne i segni di un’attività politica passata, e gli imponenti portali del XVI e XVII secolo testimoniano una storia antica.
Nel silenzio di Ferruzzano, dove la laboriosità umana ha cessato di operare, la natura, spesso matrigna per questo luogo, ha conservato e fatto fiorire il Bosco di Rudina con le sue rigogliose piante di altissimo valore botanico ed i suoi palmenti di origine bizantina.
La visita a Ferruzzano lascia nel cuore la sensazione di aver percorso le vie di un vecchio paese calabrese che nel suo silenzio, dominando dall’alto della sua rocca il mar Jonio, conserva le voci e le tracce di una vita fatta di abitudini semplici ed autentiche.

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Parco Archeologico di Scolacium

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Parco Archeologico di Scolacium

Il Parco archeologico di Scolacium a Roccelletta di Borgia, Catanzaro, costituisce un importante polo attrattivo-culturale per le sue valenze naturalistiche, paesaggistiche e le notevolissime presenze archeologiche ed architettoniche: la greca Skylletion (VII-III secolo a.C.), la romana e proto bizantina Scolacium/Scylaceum (II secolo a.C.- metà del VII secolo d.C.), la chiesa abbaziale normanna di Santa Maria della Roccella (metà del XII secolo d.C.), da cui deriva il nome della località in cui ha sede il complesso archeologico. Il Parco è un luogo di studio e ricerca multidisciplinare anche grazie al laboratorio di restauro e al museo aperti negli edifici degli immobili patronali del XIX e XX secolo, senza dimenticare il Museo del Frantoio che rappresenta un interessante esempio di archeologia agricolo-industriale.
I reperti visibili in questo luogo raccontano di un territorio vivace che già aveva visto la presenza umana in epoche lontane (paleolitico e neolitico), i coloni greci poi, guidati secondo la tradizione, dall’eroe ateniese Menesteo o, secondo quanto afferma Cassiodoro, da Ulisse, che tornava dalla guerra di Troia, impiantarono la città di Skylletion. Da qui inizia la storia di questo territorio ma anche la sua leggenda.
Di Skylletion al momento non si conosce l’estensione e i caratteri urbanistici, poiché vi si sovrappose in seguito la colonia romana, ma essa fu certo importante per il controllo della breve via istmica tra Ionio e Tirreno e per il controllo delle direttrici di traffico marittimo.
La sua vitalità fino al IV-III sec. a.C. è documentata dai frammenti ceramici recuperati in città e nel territorio, oltre che dalle monete (dal VI al III sec.a .C.), segno della vivacità degli scambi quotidiani anche nel periodo di occupazione italica (Brettii).
Alla fine della seconda guerra punica il centro decadde e l’interesse per la zona maturò alcuni decenni dopo la deduzione delle colonie romane di Crotone e Tempsa e latine di Copia e Valentia (tra il 194 e il 192 a.C). Infatti è solo nel 123-122 a.C. che, per volere di Caio Gracco – che proseguiva l’opera ed il programma politico del fratello Tiberio (morto nel 133 a.C.) – i romani fondarono la colonia Colonia Minervia Scolacium .
La deduzione di essa comportò una nuova pianificazione urbana e territoriale, quest’ultima grazie alla centuriazione che comportò una nuova divisione del territorio rurale. Le tracce di questo antico frazionamento agrimensorio [centuriazione] sono state individuate nella piana del fiume Corace.
All’epoca di Augusto e con i suoi successori giulio-claudi (fino al 69 d.C.), si assiste ad una riqualificazione urbana, con edifici particolarmente sontuosi (foro, teatro, terme) e l’impiego di manufatti artistici in marmo (statue, ritratti, apparati decorativi). Notevole fu anche la presenza delle più importanti produzioni ceramiche ed artigianali del mondo romano che affluivano con regolarità (terre sigillate, pareti sottili, lucerne, anfore, vetri..).
Dopo un periodo di crisi (età flavia), tra il 96 e il 98 d.C. l’imperatore Marco Cocceio Nerva (foto Nerva) decise di potenziare la città ricolonizzandola.
Essa assunse il nome di Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium (usato solo negli atti ufficiali e nelle iscrizioni pubbliche) e con un’accorta politica urbanistica e di edilizia pubblica si attuò la ristrutturazione dei monumenti esistenti e si crearono nuove opere pubbliche, con un programma di ampio respiro durato fino al II secolo, sotto l’imperatore Antonino Pio.
Nel VI secolo, epoca segnata dalla guerra greco-gotica (535-552 d.C.), inizia il declino di Scolacium. Di questa periodo è l’impianto strategicamente più difendibile, di un castrum quod Scillacium dicitur , alcuni chilometri più a sud.
Nel corso del VII secolo, gli abitanti abbandonarono definitivamente la fascia costiera verso le posizioni più arroccate dell’entroterra, trasferendo anche la sede vescovile che mantenne l’antico nome oggi traslato da Scolacium in Squillace.
Dopo una frequentazione discontinua tra VIII e XI secolo, nel sito già occupato dalla città i Normanni tentarono di edificare la grandiosa abbazia di Santa Maria della Roccella.
Ma i tempi non erano maturi e l’edificio non fu ultimato, tanto che nei secolo seguenti servì come fortificazione e, dal XVI secolo, inserita nell’ambito del piano delle torri costiere di difesa del Viceregno spagnolo.
I terreni, con ruderi affioranti di varie epoche, divennero proprietà della mensa vescovile di Squillace, e tali si mantennero fino al 1783, anno del rovinoso sisma, cui seguì il flagello della Cassa sacra, voluta dai Borbone di Napoli.
Ulteriori ridefinizioni territoriali ed espropri si ebbero con l’avvento dei Savoia, tanto che gran parte dell’area occupata dall’abitato di Scolacium, mediante acquisti, divenne proprietà dei baroni Mazza. Ad essi, dopo le esplorazioni degli anni ’60 e ’70 del XX secolo, fu espropriata con un iter concluso nel 1982 con la creazione del Parco Archeologico di Scolacium.

Il Foro Romano

Il Foro Romano

Il Teatro

Il Teatro

La Necropoli Bizantina

La Necropoli Bizantina

 

esterno Santa Maria della Roccella

esterno Santa Maria della Roccella

 

abside Santa Maria della Roccella

abside Santa Maria della Roccella

Particolare di Santa Maria della Roccella

Particolare di Santa Maria della Roccella

 

Santa Maria della Roccella

Santa Maria della Roccella

particolare ingresso cripta Santa Maria della Roccella

particolare ingresso cripta Santa Maria della Roccella

 

Il Foro abside1

Il Teatro

Il Teatro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eremo di Sant’Ilarione

Eremo di Sant'llarione Foto di Gianluca Mosca

Eremo di Sant’llarione    Foto di Gianluca Mosca

“La nostra solitudine è «essenziale» quanto il nostro essere in relazione. La solitudine mette alla prova la saldezza del tuo desiderio (voto) di cercare e compiere la volontà di Dio.”

(§ 26 dalla regola dell’eremo)

 

L’eremo di Sant’Ilarione sorge su uno sperone di roccia nel territorio di San Nicola, una frazione di Caulonia, in provincia di Reggio Calabria e nella diocesi di Locri-Gerace.
La struttura mostra caratteristiche architettoniche tardo-medioevali con elementi di ampliamento più recenti, che dimostrano il lungo percorso religioso ed eremitico.
Le attuali forme sono datate 1723 e coinvolgono l’aggiunta del corpo occidentale.
La parte più antica del complesso è quella relativa al gruppo di celle situato a nord della chiesa.
Nella campagna di scavi eseguita nel 2004 e nel 2005  che interessarono la cripta dell’eremo, sono riemerse alcune medagliette devozionali in bronzo di rilevanza storica.
Le due ancora leggibili raffigurano San Michele Arcangelo e la Madonna del Carmelo. La prima, raffigurante l’arcangelo, mostra la scritta “San. Miguel del Milagra” e rimanda al noto santuario Messicano, aprendo così la strada alla conoscenza degli straordinari percorsi di fede e ricerca che coinvolsero la Calabria.
La cripta iniziò ad essere utilizzata nel 1705, come dimostra l’incisione di una cantarella utilizzata per l’essiccazione dei cadaveri.
Oggi l’eremo è luogo di meditazione e preghiera, aperto ai pellegrini e ai visitatori in cerca di pace e di condivisone spirituale.

Queste foto descrivono la bellezza del luogo e trasmettono la serenità che l’anima trova camminando su questi sentieri che conducono all’Eremo di Sant’Ilarione.

Foto di Gianluca Mosca

Veduta di Sant'Ilarione. Foto di Gianluca Mosca

Veduta di Sant’Ilarione. 

Veduta di Sant'Ilarione. Foto di Gianluca Mosca

Veduta di Sant’Ilarione. 

Sant'Ilarione. Foto di Gianluca Mosca

Sant’Ilarione. 

 

Sant'Ilarione particolare

Sant’Ilarione particolare

 

Sant'Ilarione.

 

Sant.Ilarione porta

Sant.Ilarione porta

                                                                                                                                            Sant'Ilarione particolare
Sant’Ilarione particolare

 

 

s.ilarione veduta bianco e nero