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Polpette al sugo alla calabrese

Polpette al sugo alla calabrese

polpette al sugo alla calabrese

polpette al sugo alla calabrese

Il Carnevale in Calabria si ritrova soprattutto a tavola, dove piatti sostanziosi e pieni di sapore rallegrano le famiglie.
Tradizionalmente la domenica di Carnevale è dedicata alla preparazione di piatti a base di carne. Un ragù ricco, fatto con la carne grassa del maiale, la salsiccia piccante, le braciole, apre il pranzo e da il via ai secondi che ritrovano i gustosi pezzi di carne ben cotti in questo sugo e alle polpette.
Per questa domenica, presentiamo le polpette al sugo alla calabrese.
E’ una ricetta che fa parte del bagaglio affettivo e della memoria di molti di noi.

Ingredienti per le polpette al sugo alla calabrese:
300 gr di misto carne macinata (maiale e vitello)
750 ml di passata di pomodoro
2 cucchiai di parmigiano grattugiato 
1 cucchiaio di pecorino silano
1 uovo
4 fette di pane raffermo 
sale e pepe
una cipolla rossa di tropea
prezzemolo, olio extravergine di oliva e peperoncino 

Preparazione:

Ammollate il pane nell’acqua tiepida e quando sarà morbido strizzatelo con molta cura, in modo che non rilasci liquido durante la preparazione.
Sbriciolate il pane e unitelo all’uovo, al misto di carne, al formaggio e alle spezie.
Amalgamate bene il tutto e formate delle polpette di dimensione media.
Intanto in una pentola capiente e dai bordi alti, fate rosolare la cipolla e aggiungete la passata di pomodoro e il peperoncino.
Quando il sugo inizierà a bollire, immergente con molta cura le polpette. Fate cuocere per qualche minuto e aggiungete mezzo bicchiere di acqua calda.
Fate cuocere a fiamma medio-bassa per 15 minuti, smuovendo ogni tanto la pentola in modo che le polpette non si attacchino al fondo. A metà cottura girate le polpette per farle cuocere dall’altro lato. Dopo 15 minuti il sugo si sarà ristretto e le polpette saranno cotte.
Buona domenica di Carnevale dalla Calabria!!!

polpette al sugo alla calabrese in cottura

 

polpette al sugo alla calabrese

polpette al sugo alla calabrese

San Valentino in Calabria

San Valentino in Calabria

Passare il San Valentino in Calabria, per i borghi antichi, a catturare tramonti magici, ad ammirare paesaggi unici

Una bellezza così armoniosa nelle sue molteplici manifestazioni è essa stessa una forma di amore da custodire, raccontare, condividere

Il presepe vivente di Panettieri

Il presepe vivente di Panettieri

Il presepe vivente di Panettieri

Il presepe vivente di Panettieri

Nel borgo antico di Panettieri durante le festività natalizie si tiene il Presepe vivente. Un appuntamento ormai conosciuto in tutta la Calabria e non solo.  E’ l’occasione per visitare Panettieri, immergendosi in un tempo passato fatto di tradizioni popolari ricche di suggestioni e di ricordi. Si possono ammirare i gesti che un tempo animavano le botteghe degli artigiani, le vie profumate dai sapori dei cibi tipici del Natale calabrese, ascoltando i suoni bellissimi delle zampogne che annunciavano la nascita di Gesù. In un’ambientazione curata nei minimi dettagli si ha l’impressione di camminare in un tempo passato, fatto di semplicità, di calore umano, di ritualità profonde e sentite. Immerso in un paesaggio naturale bellissimo, il presepe vivente di Panettieri ogni anno accoglie centinaia di visitatori provenienti da ogni parte del Meridione e non solo, per concludersi il 6 gennaio. Durante i giorni della manifestazione che apre al pubblico dalle 17 alle 20, tutta la popolazione di Panettieri è impegnata nella rappresentazione del presepe, riproducendo con attenzione i particolari della Betlemme che accolse la venuta del Messia, senza però tralasciare l’adattamento alla tradizione, agli usi ed ai costumi del  Piccolo Borgo calabrese.
Il presepe vivente di Panettieri è un contributo importante per la diffusione e la valorizzazione della cultura e tradizione Calabrese che  attraverso questa manifestazione rivive, ritrovando forza nella capacità di essere tramandata e raccontata.

Crocette calabresi

Crocette calabresi

Crocette calabresi

Crocette calabresi

Le crocette calabresi “i crucetti” sono dolcissimi fichi secchi farciti con noci e aromatizzati con bucce di arancia e cannella. Il nome deriva dalla forma finale a croce che si ricava intrecciando quattro fichi farciti, addolciscono le tavole calabresi durante il periodio natalizio.
L’abitudine a consumare i fichi secchi è remotissima, ne abbiamo testimonianza dai reperti rinvenuti in Egitto,  nella piramide di Giza, eretta nel periodo compreso tra il 4.000 e il 1.500 a.C., in cui è rappresentata la raccolta dei fichi.
Sempre gli antichi egizi lasciarono nei  sarcofagi le descrizioni delle tecniche di  essiccamento al sole e   dei metodi da seguire nella costruzione di appositi edifici per conservarli a lungo.
In Grecia, dove il fico era chiamato “sykon”, la produzione era talmente attiva che fu necessario costituire un’apposita classe dirigente per controllarne il commercio, denominata siconfanti. Per i romani la pianta di fico era sacra. In alcune delle sue opere Ovidio racconta che era tradizione offrire ad amici e parenti frutti di fico e vasi di miele all’inizio dell’inverno come augurio di prosperità. Le origini remote della pianta sono dimostrate anche dalla presenza dei frutti o semplicemente delle sole foglie in numerose rappresentazioni artistiche e testi antichi. La pianta di fico giunse in Calabria in epoca incerta, probabilmente al tempo della civiltà greco-romana per opera dei viaggiatori che impiegavano i suoi frutti come merce di baratto. Da allora in poi la coltivazione si è insediata velocemente, in particolare nella provincia di Cosenza, grazie ad una situazione pedoclimatica ideale.
Si è così consolidata, in questo territorio, nel corso dei secoli una produzione di fichi rinomata, che per tanto tempo è stata considerata una tra le principali fonti di sostentamento alimentare e di commercio.
La pianta del fico è abbastanza diffusa in tutte le regioni dell’Italia meridionale e del Mediterraneo, l’essicazione dei fichi è comune in tutti i territori di questa vasta area geografica e nel Medio Oriente. Fino a poco tempo fa, in Calabria, il consumo di fichi secchi nel periodo invernale serviva da apporto energetico per un alimentazione povera di grassi.
L’essicazione dei fichi, avviene durante l’estate con gli stesse procedure di secoli fa, quando i frutti maturi dopo essere raccolti sono messi ad asciugare al sole su graticci di canne, fino a divenire di colore bianco. La sera sono coperti con dei panni per evitare che durante la notte con la rugiada si inumidiscano macchiandosi e scurendosi. Quando l’essicazione al sole è completata, vengono confezionati a treccia su lunghi stecchini e conservati per essere farciti durante il periodo natalizio quando vengono preparate le crocette calabresi. Anche Giovanni Pascoli apprezzava queste dolci delizie che ebbe modo di gustare durante le sue visite da commissario scolastico a Catanzaro. Vi è una lettera scritta dal poeta, datata 24 novembre 1900, in cui chiedeva la cortesia al professore Patari, illustre uomo di cultura catanzarese, di spedire i fichi secchi di Guardavalle che lui, le sue nipotine e sorelle avevano avuto modo di apprezzare.
Le crocette calabresi sono tra i prodotti alimentari più riconoscibili della regione, si usa regalare dei piccoli cestini in cui sono conservate in foglie di alloro che ne garantiscono la conservazione e un profumo unico.
E’ possibile farcire i fichi secchi anche a casa, poiché gli ingredienti utilizzati sono di facile reperibilità e la procedura è semplice se pur immutata da secoli.
Qui riportiamo la procedura per la preparazione delle crocette calabresi, augurando buone feste di Natale con questi deliziosi e profumati doni di una terra generosa e ospitale.
Ingredienti per le crocette calabresi:

  • Fichi Secchi bianchi: 20
  • Noci: 20 gherigli
  • Buccia di Arancia
  • Un cucchiaino di zucchero
  • Cannella: q.b.

Preparazione delle crocette calabresi:

Preparazione delle crocette calabresi

Preparazione delle crocette calabresi

Per ogni crocetta sono necessari quattro fichi secchi più o meno della stessa dimensione. Prendete i primi due e apriteli, lascandoli uniti dal picciolo e disponeteli a croce. Imbottiteli con i gherigli di noce e la scorza di arancia da entrambe le parti. Richiudete la crocetta sovrapponendo ai primi due gli altri due fichi secchi aperti a loro volta, ottenendo una specie di fiore con quattro petali. Pressate leggermente ogni crocetta nel palmo della mano, avendo cura di far combaciare bene i bordi.
Mettete le crocette già pronte su una teglia ricoperta di carta forno e infornate per  circa 15 minuti o finché non diventeranno di un bel colore lucido e dorato. Estraete la teglia da forno, cospargetele di zucchero e cannella e fatele raffreddare.
Le stesse crocette, dopo questo procedimento, possono anche essere ricoperte di cioccolato fondente fuso.

 

Zeppole calabresi

Zeppole calabresi “Zippuli”

Zeppole in preparazione

Zeppole in preparazione

La frittura delle zeppole

La frittura delle zeppole

Zeppole calabresi

Zeppole calabresi

Il mese di dicembre in Calabria è scandito da tradizioni popolari antiche e sentite. Le festività natalizie iniziano l’otto del mese con la ricorrenza dell’Immacolata. E’ il giorno in cui le famiglie iniziano a riunirsi intorno alla tavola imbandita di portate tipiche e soprattutto di Zeppole fritte “I Zippuli”, che saranno preparate per tutto il mese.
La preparazione delle zeppole è un vero e proprio rito di socialità che vede le famiglie riunite nelle case ad attendere le donne che con gesti veloci e laboriosi preparano la pasta che poi fritta darà vita a queste prelibatezze. E’ il giorno in cui le note delle zampogne risuonano per le piazze e le vie, intonando musiche popolari miste a spiritualità e folklore. Il giorno dell’Immacolata è un anticipo di vigilia di Natale che apre ad altri momenti importati come il giorno di Santa Lucia in cui, in alcuni paesi calabresi, si consuma un primo cenone di tredici portare con il piatto principale a base di grano cotto. Si accendono anche i primi falò propiziatori in quella che è la notte più lunga dell’anno e che precede l’allungarsi delle ore di luce. Un detto popolare recita a tale proposito: “da Santa Lucia a Natala u jornu crìscia nu passu ’e cana; ’e Natàla mpoi criscia nu passu ’e voi”, ( da Santa Lucia a natale il giorno è corto come un passo di cane, da Natale in poi si allunga come un passo di bue).
Durante il periodo di  Natale, i giorni sono scanditi dalla preparazione di cibi tipici, soprattutto dolci che non solo hanno lo scopo di rinnovare le tradizioni ma di radunare le famiglie. Il cibo è dunque, un elemento di forte identità e di aggregazione che caratterizza la Calabria e le sue unicità culturali e territoriali. Come la lingua di un popolo, il cibo preparato in questo mese di festa celebra la storia e le tradizioni più antiche della Calabria, in tal senso le portate tradizionali sono una vera e propria lingua che saldata nei secoli si tramanda a memoria e riconoscibilità della popolazione calabrese.
Ma il cibo consumato nei giorni delle feste natalizie è anche un momento di convivialità significativo e di grande valore, in questi giorni, gesti antichi e tramandati vengono rimessi in scena secondo rituali precisi che albergano nella memoria dei calabresi. In questi momenti di condivisione profonda, le generazioni colmano le loro distanze, incontrandosi sotto l’aurea di una cultura popolare antica, riconoscibile  e ricca di simboli.
Qui proponiamo la ricetta delle zeppole “i Zippuli” che un tempo si preparavano a partire dalla vigilia dell’Immacolata.

Ingredienti per le Zeppole:

  •  500 kg di farinadi grano duro
  • 1 kg di patate
  • 300 kg di farina’00’
  • 10 g di sale
  • 1 cubetto di lievito di birra
  • acqua tiepida
  • Acciughe sott’olio per la farcitura ( a scelta)
  • abbondante olio di semi per friggere

Preparazione delle Zeppole:

Fate bollire le patate con tutta la buccia. Quando saranno cotte scolatele e lasciatele freddare. Sbucciatele e passatele nello schiacciapatate. Fate sciogliere il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con il sale. Versate la farina in una ciotola grande disponendola a fontana, aggiungete le patate e il lievito sciolto e cominciate ad amalgamare il tutto con le mani, lavorate con i pugni per amalgamare bene il tutto. Quando il composto  risulterà rassodato versate poco alla volta acqua tiepida e continuate a lavorare nello stesso modo fino ad ottenere un composto appiccicaticcio ed elastico. Ponete il tutto in una casseruola grande, alta almeno 20 cm, fate una croce di sopra con le mani, coprite con un canovaccio e lasciate lievitare vicino ad una fonte di calore per 2 ore circa. Capirete che sono lievitate perché la croce si sarà aperta e non si vedrà più. Bagnatevi bene le mani con l’olio e lavorate l’impasto a ciambella o con la forma che più preferite, inserendo all’interno l’acciuga. Friggete in abbondante olio (devono essere praticamente immerse nell’olio) fino a quando saranno dorate.

N.B. La ricetta con le patate è tipica dei paesi della provincia di Cosenza, la stessa ricetta può essere preparata anche senza l’aggiunta delle patate come avviene in altri paesi calabresi.

 

Il Cedro di Calabria

Il Cedro di Calabria: un agrume unico e prezioso. Storia e ricetta

bocconotti

Bocconotti

Cedro

Cedro

 

Il Cedro di Calabria: un agrume unico e prezioso. Storia e ricetta

I rabbini di tutto il mondo vengono in Calabria fra agosto e settembre per acquistare i cedri calabresi (coltivati nella Riviera dei Cedri), che utilizzeranno per la Sukkoth (festa delle capanne, ad ottobre), secondo quanto dettato dai testi sacri. Vengono acquistati solo i cedri perfetti, che vengono controllati nei minimi dettagli al momento della raccolta, addirittura guardandoli con la lente d’ingrandimento perché non ci sia alcun difetto.  I cedri da utilizzare nelle celebrazioni devono presentare delle caratteristiche ben precise: provenire da alberi cresciuti non da talea innestata e almeno al quarto anno di vita e possedere un peduncolo accentuato, una forma conica perfetta senza rugosità e senza macchie sulla buccia. I cedri calabresi sono tra i pochi al mondo a presentare le caratteristiche richieste e per assicurarseli i rabbini sono disposti ad offrire delle cifre altissime.
Riviera dei Cedri è il toponimo che identifica una fascia di territorio dell’ Alto Tirreno Cosentino in Calabria che comprende, tradizionalmente, anche una parte del territorio montano che si trova immediatamente a ridosso della zona costiera.
Il nome deriva dalla diffusa coltivazione del cedro liscio di Diamante.
Fanno parte della riviera 22 comuni compresi fra Tortora e Paola. Fra questi, per la produzione del cedro, spiccano Santa Maria del Cedro e Diamante oltre un certo numero di centri montani che mediamente distano dalla costa non più di qualche chilometro e quindi facilmente raggiungibili.
Il nome cedro, derivato dalla volgarizzazione dal latino citrus, è però ambiguo, in quanto coincide con la traduzione di cedrus, nome dato alla conifera (i famosi cedri del Libano che fornirono il legno per tante imbarcazioni nel mondo antico). Ecco perché in alcuni testi per l’agrume viene usato anche il termine citro.
La pianta è un arbusto che può raggiungere i 4 metri di altezza. I rametti giovani sono rossastri o violetti, con foglie lunghe fino a 20 cm. I fiori crescono in gruppi da tre a dodici e sono molto profumati; i boccioli sono rossastri, ma il fiore aperto è bianco. Il frutto è grande 20-30 cm, giallino, ovale o quasi rotondo, talvolta con una leggera protuberanza al peduncolo e un po’ appuntito dalla parte opposta. La buccia è molto ruvida ed eccezionalmente spessa.
Il cedro ha origini remote, conosciuta già al tempo degli Egizi, quattromila anni fa, da lì, secondo alcue fonti storiche, si diffuse nel mondo legandosi strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche. Conosciuto come Malus medica, o Malus felix o, ancora più semplicemente, come Citrus, il cedro è  originario della Media e della Persia, il territorio che corrisponde all’incirca all’attuale regione nord occidentale dell’Iran, a sud del Mar Caspio.
In Italia la conoscenza del cedro è molto antica. Fu classificato già da Plinio il vecchio nella Naturalis Historia col nome di “mela assira”. A quei tempi ancora non si usava il frutto come alimento; il suo utilizzo a tale scopo si sarebbe diffuso solo due secoli dopo. Era invece usato come repellente per gli insetti nocivi come le zanzare, in maniera analoga alla citronella.
Oggi, il cedro viene impiegato nell’industria alimentare per la preparazione di bibite analcoliche e frutta candita, ma la maggior parte ne viene consumata nell’industria farmaceutica per la produzione di olio essenziale.
Il periodo di raccolta dei frutti varia a seconda del loro utilizzo. I cedri per la Sukkoth si raccolgono in estate quando sono ancora verdi, mentre quelli destinati agli altri usi sono raccolti durante tutto il periodo autunnale quando la colorazione è più tendente al giallo dorato.
Quando all’inizio degli anni ’60 la Calabria ha iniziato a subire la forte concorrenza degli altri Paesi che producevano cedri meno pregiati, ma a un prezzo inferiore, l’economia del cedro, sulla quale si fondava quella dell’intera Riviera, ha retto proprio grazie alla domanda proveniente dalla comunità ebraica. Il progressivo ridimensionamento della produzione ha raggiunto i minimi storici intorno alla fine degli anni ’80, quando si è riusciti a invertire la tendenza, facendo riscoprire all’industria alimentare sia locale sia nazionale, la qualità di questo agrume. Attualmente sono diverse le pasticcerie e gelaterie calabresi che offrono specialità a base di cedro e le piccole industrie artigianali che producono liquori, sciroppi e cedrate.
Dal 2000 si è affiancato anche il Consorzio del Cedro di Calabria che si pone come obiettivi la tutela e la valorizzazione della varietà Liscio Diamante, tipica della Riviera dei Cedri. Il Consorzio ha sede a Santa Maria del Cedro, nel cui Castello medievale è stato creato un centro polivalente che ospita il Museo del Cedro, un Laboratorio del gusto ed anche una Cittadella industriale con annesso Centro ricerche su questo agrume. Attraverso la creazione di una filiera cedricola si vuole fare in modo che la trasformazione dell’agrume venga effettuata prevalentemente in loco, anziché altrove, in modo da riportare il cedro al centro dell’economia della Riviera.

Gli ebrei e il cedro

Gli ebrei lo conobbero durante il lungo soggiorno in Egitto, di circa quattrocento anni. Poi, durante l’Esodo, al tempo di Mosè divenne il Perì ‘etz adar. La diffusione nel Mediterraneo del cedro è probabilmente opera loro: ne sono prova diverse tracce archeologiche. Finita la cattività babilonese, molti ebrei continuarono a spostarsi nei vari territorio, diffondendo i loro usi e così si diffuse anche la coltivazione del cedro. Verso il III, II a.C., secondo il rabbino Toaff, Rabbino capo della Comunità Israelitica di Roma, gli ebrei, seguendo le rotte achee arrivarono nella penisola italica, presso le colonie di Metaponto, Sibari e Crotone sullo Jonio e Laos e Posidonia sul Tirreno. Il cedro è legato ad una delle cerimonie più importanti del calendario ebraico.
La festa del Sukkoth (Festa delle Capanne), celebrata intorno alla prima quindicina di ottobre, è nel suo originario carattere agricolo, la festa di fine raccolto, della gioia per il lavoro compiuto e per i frutti raccolti. Per una settimana gli ebrei, costruitasi una Capanna (sukkà) all’aperto, con materiali vegetali, non fissata al suolo e con un tetto che permetta loro di vedere il cielo, a ricordo dell’Esodo dall’Egitto, durante il passaggio nell’inospitale deserto, a memoria della protezione che Dio concesse al suo Popolo, devono abitarla.
Durante questi sette giorni, ad eccezione del sabato, devono agitare in ogni direzione un mazzetto, che tengono nella destra, composto da un ramo di palma dattifera (lulàv), due rami di salice di fiume (aravà) e tre rami di mirto (hadas), mentre recano, nella sinistra, un frutto di cedro (etrog). Tutto ciò secondo quanto prescritto nel Levitico “ora il quindici del settimo mese, quando avrete raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa al Signore per sette giorni… il primo giorno prenderete frutti dagli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni…Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che Io ho fatto dimorare gli Israeliti in capanne, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto…”.
Secondo una tradizione allegorica ogni elemento indicato per la festa, rappresenterebbe un peccato da cui fuggire: la palma, eretta e diritta, paragonabile alla colonna vertebrale umana rappresenterebbe il peccato dell’orgoglio che fa sollevare la testa; il mirto, le cui foglie ricordano l’occhio, simboleggerebbe quello della curiosità di chi si guarda attorno con invidia; il salice, la cui foglia, invece, ricorda una bocca, quello della maldicenza; mentre il cedro, con la sua forma che ricorderebbe un cuore, dovrebbe indurre a confessare i peccati compiuti. Al contrario, secondo una interpretazione del Talmùd i quattro elementi indicherebbero ciascuno una qualità di quattro diversi tipi umani: la palma , con il dattero che ha sapore, ma non odore, ricorderebbe chi alla saggezza non fa seguire le opere; il mirto, dal buon profumo, ma senza sapore, indicherebbe gli uomini che agiscono, ma senza saggezza; il salice, privo del profumo e del sapore, rappresenterebbe chi è privo sia di saggezza che di opere; ed infine, il nostro etrog, frutto dal buon odore e dal buon sapore, chi alla saggezza fa seguire opere altrettanto sagge.
Inoltre, la conoscenza del cedro presso il mondo greco in seguito all’arrivo di alcuni ebrei nel mondo ellenico già a partire dal VI a.C, ci permettono di fare un’ulteriore considerazione: la conoscenza di un frutto, considerato, dallo stesso Teofrasto, non commestibile, in una epoca così antica, in cui le fonti di sostentamento erano essenziali e primarie, la conoscenza precisa dei metodi di coltivazione di quest’agrume, ci inducono a sostenere che essa dovesse essere importante per altre ragioni. Vasto è inoltre l’uso letterario di questa pianta: sacra, esoterica, di un profumo ineffabile, struggente ed ammaliante. E’ citata settantadue volte nelle Sacre Scritture simbolo di alleanza. Tanto è preziosa questa pianta, agli occhi degli ebrei, da essere magnifica, da dover essere custodita gelosamente perché vicina a Dio per le sue altezze, per le sue imponenti e forti fronde, per i sui fusti che si innalzano al cielo liberi. Simbolo di un ricordo che dura tutta la storia di un popolo, quello d’Israele.
Come già detto, oggi il cedro è utilizzato sia come alimento che nell’industria farmaceutica.
Proponiamo la ricetta dei BoCCONOTTI, dolci tipici calabresi della zona del cosentino. Sono biscotti di pasta frolla farciti, nel nostro caso con la particolare marmellata di cedro.

 

Ingredienti per 40 bocconotti al cedro:

5 tuorli
150 g di zucchero
150 g di strutto (o burro)
100 cc di vermout
500 g di farina
1 bustina lievito
1 bustina vanillina

La scorza grattugiata di un limone
RIPIENO:
400 gr di marmellata di cedro

Preparazione:

Setacciate lievito e farina sulla spianatoia, formando la classica fontana.  Aggiungete lo zucchero, la scorza del limone grattugiata e le uova, il burro o lo strutto, poi aggiungete un po’ di vermout per arrivare alla consistenza della pasta frolla.
Formate una palla che sarà avvolta nella pellicola per alimenti e riposta in frigo per qualche ora.
Passato il tempo di posa, stendete la pasta con il mattarello allo spessore di 3 – 5 mm. Tagliate dei dischi di circa 5 – 8 centimetri e usateli per rivestire degli stampi per tartellette precedentemente imburrati. Farcite con un  cucchiaino di marmellata di cedro, mettete sopra un altro disco e sigillate i bordi. Pennellate i biscottini con il tuorlo rimasto e infornate per 20 minuti a 180°.

 

Albero del cedro

Albero del cedro

Raccolta dei cedri

Raccolta dei cedri

 

 

La commemorazione dei defunti

La commemorazione dei defunti in Calabria

centrotavola-frutta-secca

La commemorazione dei defunti è un momento particolare per la Calabria che ritrova usanze secolari tramandate nel tempo, dall’importanza fondamentale per il rafforzamento del senso di appartenenza ad una comunità dalle radici profonde. Secondo la credenza popolare nella notte tra l’ 1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornano sulla terra, affrontando con fatica il viaggio che li separa dal mondo dei vivi, per questo è tradizione, durante questa notte, imbandire tavole per dare ristoro ai defunti, propiziando la loro benevolenza e protezione per il futuro. Essi ritrovano la strada di casa grazie ai lumini lasciati accesi sui davanzali della finestre. Nelle comunità italo-albanesi presenti in Calabria, un tempo ci si recava in corteo verso i cimiteri: dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si consumavano ricchi banchetti direttamente sulle tombe.
Questa festa, dalle origini antiche e legate al mondo contadino, segnava in qualche modo il passaggio delle stagioni, era il momento in cui la terra che aveva dato i suo frutti si riposava e affrontava l’inverno. Questo passaggio dalla floridezza primaverile ed estiva al buio sterile dell’inverno, veniva interpretato come il momento in cui il mondo dei vivi e quello ultraterreno si confondevano e comunicavano, quindi era importante non solo esorcizzare la paura ma propiziare il nuovo anno e il buon raccolto. Era ed è ancora il giorno in cui il ricordo dei propri cari si trasforma in atti pratici, divenendo un momento di condivisione anche conviviale e di contatto con la morte da sempre vista con mistero e timore.
I bambini durante questa ricorrenza sono i protagonisti di attenzioni speciali, ad essi sono destinati dolci e doni portati, secondo un racconto che gli adulti tramandano da secoli, dai cari defunti  durante la notte tra l’1 e il 2 novembre.
Con queste tradizioni non solo si ritrova il senso di appartenenza alla comunità, ma si mantengono tra le generazioni i legami con il passato e con chi un tempo ci sorrideva e ora ci accarezza teneramente nei ricordi.
Nella gastronomia tradizionale i piatti del 2 Novembre sono a base di legumi ma i dolci sono i protagonisti della ricorrenza proprio perché fanno parte dei doni che i defunti portano ai bambini. In Calabria e in molte altre zone del meridione si preparano le “Dita di Apostolo“, dolci di pasta di mandorle farciti, nel nostro caso, con marmellata di cedro e dalla forma di dito.
Nella provincia di Reggio Calabria si usa preparare anche lo Stomatico “U Stomachico”, un biscotto fatto con gli ingredienti poveri della tavola contadina come: il miele, le uova, la farina e qualche mandorla.
Oltre ai riti religiosi, molte sono le fiere del giorno dei morti. Una delle più antiche, risalente a 500 anni fa, si tiene ad Amantea, in provincia di Cosenza. Questa fiera diviene l’occasione per assistere ad interessanti rievocazioni storiche, gustare prodotti tipici e conoscere il centro storico.

 

Cestini per ristorare i defunti durante il viaggio notturno

I cestini lasciati sul tavolo per ristorare i defunti durante il viaggio notturno

Lo stomatico

Lo stomatico

Le dita degli apostoli

Le dita degli apostoli

 

 

Itinerari calabresi in autunno

Itinerari calabresi in autunno

Durante le belle giornate autunnali la Calabria regala itinerari bellissimi tra mare e storia.

Un esempio? in provincia di Catanzaro si può passeggiare per la spiaggia di Caminia e poi a pochi chilometri di distanza, percorrendo un tratto di strada che offre una vista meravigliosa su uno dei tratti di costa più belli della Calabria, giungere al parco archeologico di Scolacium, dove i resti di una storia millenaria sono custoditi da un paesaggio naturale meraviglioso.

Dal parco archeologico, si arriva in pochi minuti a Catanzaro Lido, il quartiere marinaro del capoluogo. Un chilometrico lungomare segnerà il luogo, indirizzando verso Crotone, dove la Magna Grecia e le tante civiltà che giunsero in Calabria sono ancora vive nelle testimonianze storiche e negli usi dei calabresi.

Caminia

Caminia

Caminia

Caminia

Caminia

Caminia

Parco archeologico di Scolacium

Parco archeologico di Scolacium

Parco archeologico di Scolacium. Il teatro

Parco archeologico di Scolacium. Il teatro

Parco archeologico di Scolacium. Il foro

Parco archeologico di Scolacium. Il foro

Veduta dal parco archeologico di Scolacium

Veduta dal parco archeologico di Scolacium

Catanzaro Lido

Catanzaro Lido

 

Catanzaro Lido

Catanzaro Lido

Il porto di Catanzaro Lido

Il porto di Catanzaro Lido

Capo Colonna. Crotone

Capo Colonna. Crotone

Capo colonna. Chiesa e torre

Capo colonna. Chiesa e torre.

Torre Nao di Capo Colonna

Torre Nao di Capo Colonna. Crotone

Le Castella. Crotone

Le Castella. Crotone

Mura del castello. Loc. Le Castella. KR

Mura del castello. Loc. Le Castella. Crotone

Scorcio del castello. Le Castella. Crotone

Scorcio del castello. Le Castella. Crotone

Le Castella. Crotone

Le Castella. Crotone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino  

Le melanzane in Calabria si prestano a molteplici usi culinari. Sono dette “melangiane” “luminciane” in base alla zona di riferimento che determina anche le varianti nelle ricette. Tipico ingrediente estivo, in inverno sono ugualmente presenti sulle tavole dei calabresi grazie alle conserve preparate a settembre. Buonissime sono le melanzane sott’olio, utilizzate come antipasto e stuzzichino sfizioso. Noi, proponiamo le melanzane fritte a panino, una ricetta veloce e molto semplice, fatta con pochi ingredienti ma di ottima qualità.

Ingredienti per la melanzane fritte a panino:
- Melanzane lunghe tagliate a fette tonde di circa 1cm
- Farina
- 1 uovo
- Pangrattato
- Sale
- Olio per friggere
Per il ripieno:
- Prosciutto cotto
- Provola silana
A scelta: qualche filetto di acciughe sott’olio

Melanzane fritte a panino

Melanzane fritte a panino

Preparazione delle melanzane fritte a panino:
Tagliare le melanzane a fette rotonde dello spessore di qualche centimetro e spolverizzarle con il sale. Lasciare le fette a sgocciolare in uno scolapasta per un’ora.
Disporre su di un piano la prima fetta di melanzana e farcirla con una fettina sottile di provola silana, prosciutto cotto e a scelta il filetto di acciuga sott’olio. Chiudere la farcitura con una seconda fetta di melanzana, così da creare una sorta di panino.
Infarinare la superficie delle melanzane e poi bagnarle nell’uovo sbattuto. Dopo questo passaggio le melanzane saranno impanate con il pangrattato.
In una padella versare l’olio e quando sarà caldo immergere le melanzane per la frittura.
Saranno pronte in pochi minuti, non appena il pangrattato sarà ben dorato. Togliete le melanzane fritte a panino dal fuoco e lasciatele asciugare su un foglio di carta assorbente.
Un’altra buona ricetta calabrese è pronta per essere servita!!!